Omicidio Vangeli: le intercettazioni che incastrano i Prostamo e gli arresti domiciliari violati di continuo

I timori per il ritrovamento del cadavere nel Mesima, il ruolo della ragazza contesa e l’inchiesta che va avanti per chiarire ogni aspetto di una storia ancora in parte da scrivere 

I timori per il ritrovamento del cadavere nel Mesima, il ruolo della ragazza contesa e l’inchiesta che va avanti per chiarire ogni aspetto di una storia ancora in parte da scrivere 

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Vanno avanti le indagini degli inquirenti per chiarire tutti gli aspetti relativi all’omicidio di Francesco Vangeli, il 26enne di Scaliti di Filandari scomparso fra il 9 e il 10 ottobre dello scorso anno per mano – secondo le la Dda di Catanzaro ed i carabinieri del Norm di Vibo – di Antonio Prostamo, 30 anni, di San Giovanni di Mileto, e del fratello Giuseppe Prostamo, alias “Ciopane”. Tanti gli aspetti ancora da chiarire e le responsabilità che potrebbero emergere in una storia in buona parte da scrivere compiutamente. Un ruolo importante per arrivare ad una prima verità sull’omicidio di Francesco Vangeli hanno avuto senza dubbio le intercettazioni ambientali e telefoniche. Come quelle in uso sulle utenze di Alessia Pesce, 20 anni, di Mesiano di Filandari, la ragazza di Francesco Vangeli, indagata per false dichiarazioni al pubblico ministero e per la quale “si delineava subito il suo coinvolgimento nella vicenda. Tramite le intercettazioni era possibile comprendere che la stessa, nei giorni immediatamente successivi alla scomparsa di Vangeli Francesco – sottolineano gli inquirenti nel provvedimento di fermo (poi convalidato dal gip con di Vibo con atti restituiti alla Dda per una nuova richiesta al gip distrettuale) – si era trasferita nell’abitazione dei Prostamo, dove tuttora vive, come dalla stessa per altro dichiarato in sede di sommarie informazioni testimoniali. Era possibile inoltre comprendere il disagio sociale vissuto dalla giovane, il cui rapporto con Antonio Prostamo (convivenza e possibile paternità del nascituro) veniva avallato dalla di lei famiglia”. Le indagini hanno infatti permesso di appurare che prima del trasferimento definitivo sarebbero stati “proprio i familiari ad accompagnare la Pesce a casa Prostamo per trascorrervi le giornate e le notti. Ulteriore aspetto di riflessione era la dipendenza totale di Alessia Pesce da Antonio Prostamo il quale provvedeva – rimarca la Dda – a soddisfare ogni necessità della compagna, comprese le visite ginecologiche per la gravidanza e perfino l’acquisto di capi di vestiario e telefonini”. 

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Il particolare non è di poca importanza perché dimostra – qualora ve ne fosse bisogno – che il regime degli arresti domiciliari a certe latitudini è del tutto inefficace ad impedire ai soggetti sottoposti a tale status di venire in contatto con persone estranee al proprio nucleo familiare. Sia Antonio che Giuseppe Prostamo (abitanti nello stesso stabile ma in appartamenti diversi) all’epoca dei fatti si trovavano infatti agli arresti domiciliari poiché coinvolti nell’operazione “Stammer” (droga e armi) e quindi “in costante e reiterata violazione degli obblighi di prescrizione, gli stessi utilizzavano dei mezzi di comunicazione loro vietati, quali il telefono, per intrattenere conversazioni con soggetti non autorizzati e non appartenenti al nucleo familiare”. Quando non utilizzavano il telefono, avrebbero invece direttamente ospitato a casa loro persone con le quali (proprio perchè sottoposti agli arresti domiciliari) non avrebbero potuto intrattenersi.  [Continua dopo la pubblicità]

Inoltre sull’utenza in uso ad Antonio Prostamo, gli inquirenti sono riusciti a captare conversazioni nelle quali si faceva riferimento ad “attività illecite tra le quali traffico di sostanze stupefacenti, nonché di altro materiale illecito non ben identificato (verosimilmente armi), in spregio ai provvedimenti dell’autorità giudiziaria e mostrando un’assoluta insofferenza ai precetti penali”. Ancor più significativa, infine, la preoccupazione dei Prostamo per le ricerche dei carabinieri nel fiume Mesima alla ricerca del corpo di Francesco Vangeli. “Vedi che questi sono bravi! Vedi che questi lo trovano…che questo te lo dico io” ripeteva al telefono Antonio Prostamo ad un utente ancora da identificare. Conversazioni significative da cui emerge tutto il timore – da parte dei soggetti intercettati – che i carabinieri potessero rinvenire il cadavere di Francesco Vangeli, “timore non altrimenti spiegabile – annotano gli inquirenti – se non con la consapevolezza dei conversanti di un proprio coinvolgimento nell’ evento omicidiario”.  In foto nel riquadro in alto: Francesco Vangeli e Antonio Prostamo. In basso: Giuseppe Prostamo       LEGGI ANCHE: Omicidio Vangeli: il gip del Tribunale Vibo conferma il carcere per Prostamo

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