‘Ndrangheta: Cassazione conferma il carcere duro per il boss Giuseppe Mancuso

Il leader dell’omonima articolazione del clan di Limbadi e Nicotera sta scontando 30 anni di reclusione per omicidio, narcotraffico e associazione mafiosa

Il leader dell’omonima articolazione del clan di Limbadi e Nicotera sta scontando 30 anni di reclusione per omicidio, narcotraffico e associazione mafiosa

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Resta confermato il regime del carcere duro nei confronti del boss della ‘ndrangheta Giuseppe Mancuso, 60 anni, detto “’Mbrogghja”, di Limbadi, uno dei principali esponenti dell’intera organizzazione criminale calabrese ed al vertice dell’articolazione del clan Mancuso che fa riferimento alla sua figura. La Cassazione ha infatti dichiarato inammissibile il ricorso di Giuseppe Mancuso avverso la decisione presa il 5 ottobre dello scorso anno dal Tribunale di Sorveglianza di Roma. La proroga per due anni del regime del carcere duro (articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario) è stata disposta dal ministro della Giustizia il 25 ottobre 2017. Giuseppe Mancuso aveva denunciato la violazione di legge lamentando l’assenza di motivazione sull’attualità della sua pericolosità, essendo detenuto dal 1997 (catturato a San Calogero dopo una latitanza durata quattro anni) poiché coinvolto nell’operazione “Tirreno” della Dda di Reggio Calabria, e sottoposto al regime speciale del carcere duro fin dal 1999.

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Per i giudici della Cassazione, il ricorso è inammissibile perché, in luogo di denunciare una violazione di legge, “formula censure attinenti il vizio della motivazione con riguardo all’interpretazione di un colloquio intercettato, proponendo una diversa interpretazione dello stesso a fronte della logica e coerente interpretazione – scrive la Suprema Corte – offerta dal Tribunale di Sorveglianza di Roma che ha valorizzato come il giudizio circa l’inidoneità della cappella cimiteriale non possa che essere interpretato come un riferimento in codice, non avendo il detenuto mai potuto visionare detta struttura edificata a seguito del decesso della moglie nel 2017”. Giuseppe Mancuso è considerato il numero uno dell’omonimo casato mafioso unitamente allo zio Luigi Mancuso (quest’ultimo fratello del fondatore e patriarca del clan Ciccio Mancuso, deceduto nel 1997). Condannato in primo grado all’ergastolo in Corte d’Assise a Palmi, gli anni di pena finali sono infine passati a 30. E’ stato ritenuto responsabile dei reati di associazione a delinquere finalizzata al narcotraffico, associazione mafiosa (alleato ai Piromalli e ai Molè di Gioia Tauro) e di aver ordinato l’omicidio di Vincenzo Chindamo, episodio criminoso risalente all’11 gennaio 1991 ed inserito nella faida che ha opposto le famiglie dei Chindamo e dei Cutellè di Laureana di Borrello. In precedenza, Giuseppe Mancuso, per fatti compiuti sino al 31 gennaio 1980, ha riportato una prima condanna per il delitto di favoreggiamento personale nei confronti del latitante Michele Cutellè. Il 20 gennaio 2003 è divenuta irrevocabile la condanna rimediata da Giuseppe Mancuso nell’ambito dell’operazione “Count down” della Dda di Milano, dove è stato condannato per associazione a delinquere finalizzata al narcotraffico (eroina) in un arco temporale ricompreso fra il giugno del 1990 e il maggio 1992. Giuseppe Mancuso è il fratello di Rosaria Mancuso, attualmente detenuta per l’autobomba di Limbadi costata la vita al biologo Matteo Vinci. 

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