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Gli omicidi politici e il delitto Mattarella: la voce di Falcone in un documento eccezionale

Le parole del magistrato in un file allegato al verbale dell'audizione del 22 giugno 1990 davanti alla Commissione antimafia, adesso desecretata, 700 giorni prima dell'attentato d Capaci: la sua risposta a chi chiedeva perché le carte restassero "chiuse nei cassetti"

Gli omicidi politici e il delitto Mattarella: la voce di Falcone in un documento eccezionale

È un documento eccezionale, di importanza storica. È il file audio allegato al verbale relativo alla missione svolta dalla Commissione parlamentare antimafia a Palermo, il 22 giugno del 1990, sotto la presidenza del senatore Gerardo Chiaromonte. Un atto segreto fino al 14 luglio del 2021, quando fu declassificato dalla Commissione presieduta da Nicola Morra. Tra gli auditi, Giovanni Falcone. Siamo a 701 giorni dalla strage di Capaci. Un anno prima, il 21 giugno 1989, fallì l’attentato all’Addaura, subito dopo il quale il Csm nominò Falcone – sempre più esposto alle rappresaglie di Cosa nostra, ai veleni del Palazzo di giustizia e alle accuse di alcuni settori della politica – procuratore aggiunto di Palermo. [Continua in basso]

Correva il 1990

Nel 1990 sposò Francesca Morvillo, ma fu anche l’anno in cui il sindaco della primavera di Palermo, Leoluca Orlando, ospite di Michele Santoro a Samarcanda, su Raitre, accusò i magistrati, e tra questi anche Falcone, di tenere «chiusi nei cassetti» i carteggi nei quali sarebbe stata svelata la verità sugli omicidi politici eccellenti che avevano segnato la Sicilia, in particolare tra il 1978 ed il 1982, fino al 9 maggio 1990, quando fu assassinato il dirigente regionale Giovanni Bonsignore. Un mese dopo quella puntata di Samarcanda, dedicata appunto al delitto Bonsignore, Falcone – davanti alla Commissione Parlamentare antimafia – raccontò quale fosse invece la verità e rispose, punto per punto, con pacatezza e rispetto istituzionale, ai diversi rilievi posti dai componenti della bicamerale d’inchiesta. [Continua in basso]

I delitti politici

Piersanti Mattarella

Falcone si concentra, in particolare, sulla sequenza di delitti che, partendo dal 9 marzo del 1979, data dell’omicidio del segretario provinciale della Democrazia Cristiana Michele Reina, giunge fino al 3 settembre del 1982, quando fu assassinato il prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa. Falcone precisa come, alla luce delle sue indagini, il caso Dalla Chiesa andasse decontestualizzato, mentre il delitto chiave – in un contesto segnato dai «massimi sconvolgimenti interni a Cosa nostra» – sarebbe stato quello del segretario regionale del Partito comunista italiano Pio La Torre, 30 aprile 1982. Un’ampia fase della sua audizione in Commissione antimafia viene però concentrata sull’omicidio di Piersanti Mattarella, 6 gennaio 1980: «Vicende estremamente complesse e di una perfidia unica».

Le indagini di Chinnici

Rocco Chinnici

Giovanni Falcone rammenta come le indagini sulla catena degli omicidi politici tra il ’78 e l’82 fossero una prerogativa esclusiva del capo dell’Ufficio istruzione di Palermo padre del “pool antimafia” Rocco Chinnici (nella foto a sinistra), a sua volta ucciso in un attentato mafioso il 29 luglio del 1983. Falcone aggiunge – anche se non lo apprese mai direttamente dallo stesso Chinnici – che il collega, prima del suo assassinio, lavorava ad una ipotesi investigativa che riuniva tutti i cosiddetti omicidi politici e che gli avrebbe consentito di leggere quanto stava accadendo in Sicilia e quanto sarebbe accaduto. D’altronde, prosegue Falcone, della tesi di Chinnici non trovò traccia negli incartamenti giudiziari e negli atti processuali che seguirono la sua morte. Le investigazioni sugli omicidi politici furono quindi continuate da altri magistrati e solo tre anni dopo, quindi nel 1986, furono assegnate per la prima volta al pool antimafia del quale faceva parte.

La scia di sangue

La ricostruzione più delicata e interessante dell’audizione – che risponde in larga parte anche alle accuse che al tempo venivano mosse al suo ufficio e al suo operato – è relativa all’omicidio di Piersanti Mattarella, fratello del presidente della Repubblica Sergio. È opportuno anticipare che il processo per i delitti Reina, Mattarella e La Torre, apertosi nell’aprile del 1992, quindi quasi due anni dopo la missione palermitana della Commissione antimafia, si concluse con la condanna dei componenti della Cupola – Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Pippo Calò Bernardo Brusca, Ciccio Madonia e Nené Geraci –ma non dei presunti esecutori materiali, ovvero i terroristi neri dei Nar Valerio Fioravanti (poi condannato in via definitiva, il 23 novembre del 1995, quale coautore della strage di Bologna) e Gilberto Cavallini (anch’egli condannato per la strage di Bologna, in primo grado, il 9 gennaio 2020). [Continua in basso]

Gli ex Nar

Falcone, in commissione, spiega quanto contorta si profilasse l’indagine sul caso Mattarella, a cui diede impulso Cristiano Fioravanti, che riferì come il fratello gli avesse espressamente detto di essere stato uno degli esecutori materiali dell’omicidio del segretario della Democrazia cristiana che – avrebbe in seguito accertato il processo – avviò un’opera di profondo rinnovamento nella politica siciliana, sfidando il potere di Vito Ciancimino. Peraltro, proprio nel processo che si sarebbe svolto negli anni successivi, la stessa vedova Mattarella riconobbe in Valerio Fioravanti uno degli esecutori materiali, ma gli elementi prodotti dalla pubblica accusa non furono sufficienti per una sentenza di condanna. Tornando all’audizione del 22 giugno del 1990, il magistrato spiegava come la pista che profilava un’asse tra Cosa nostra e il terrorismo nero, dovette scontrarsi con quello che all’esito di un accidentato percorso investigativo si sarebbe rivelato come un torbido depistaggio.

Il depistatore

A provocarlo sarebbe stato Benedetto Galati, figlio del fattore di Michele Greco, il “papa” di Cosa nostra, che con le sue dichiarazioni consentì di disarticolare tutto il gruppo del capomafia siciliano. Una gola profonda ritenuta attendibile che, dopo la sua uccisione, il 9 ottobre del 1986 a Bagheria, si scoprì avesse rivelato ad un ufficiale dei carabinieri di essere stato l’autista che guidato la vettura che condusse il killer, indicato in uno degli uomini di Michele Greco, ad uccidere Piersanti Mattarella. Una versione, speculare a quella di un altro dichiarante intervenuto successivamente, che apparve – malgrado la riconosciuta attendibilità di Galati – tutt’altro che convincente per Falcone, il quale avvertì come questi fatti «singolarmente» escludessero ogni responsabilità dei Corleonesi e, quindi, dei vertici di Cosa nostra.

Gli accadimenti successivi

Accadrà qualche mese più avanti rispetto all’audizione in Commissione antimafia, siamo al 9 marzo 1991, che il procuratore Giammanco, unitamente agli aggiunti Falcone e Spallitta e ai sostituti Sciacchitano, Lo Forte, Pignatone e Scarpinato chiederà ed otterrà il rinvio a giudizio dei componenti della Cupola, quali mandanti, e di Fioravanti e Cavallini quali esecutori. Assolti, come anticipato, i due terroristi neri, sull’omicidio Mattarella, resta l’interrogativo su chi abbia materialmente commesso il delitto.

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