mercoledì,Giugno 29 2022

La famiglia Ceravolo non smette di chiedere giustizia: «Che nessuno debba più piangere un “Filippo”»

Toccante lettera di Maria Teresa, sorella del 19enne ucciso nel 2012 a Soriano. Il monito ai giovani e l'appello a Gratteri: «Faccia pulizia e aiuti questi ragazzi a percorrere la strada della libertà e della legalità»

La famiglia Ceravolo non smette di chiedere giustizia: «Che nessuno debba più piangere un “Filippo”»
Filippo Ceravolo
Filippo e la sorella Maria Teresa

Un dolore ancora vivo, il tormento di non aver avuto giustizia, la sete di verità che è forte più che mai dopo quasi dieci anni di attesa. Era il 2012 quando Filippo Ceravolo venne ucciso, aveva 19 anni e la sola colpa di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. La sua famiglia non ha mai smesso di ricordarlo e di chiedere di vedere finalmente condannati coloro i quali hanno strappato alla vita il loro Pippo. Il padre Martino è diventato uno dei simboli della lotta per la legalità. Oggi è la sorella Maria Teresa a parlare, con una toccante lettera in cui ripercorre quei tragici momenti e i lunghi anni ad attendere giustizia. Ma non solo: si rivolge ai giovani della sua terra e infine al procuratore Gratteri: «Che nessuno debba più piangere un “Filippo”», scrive. Di seguito il testo integrale della lettera. [Continua in basso]

«Questa è una di quelle notti in cui i pensieri e le domande mi attanagliano la mente. Sono qui sdraiata accanto alla foto che ritrae il bellissimo volto di mio fratello. Lo guardo e penso che sono trascorsi quasi dieci anni da quella maledetta sera ed ora che la stanchezza inizia a sopraffarmi vorrei dire ciò che penso, ciò che più mi logora.

Quella chiamata me la ricordo secondo per secondo, ogni particolare, ogni sospiro e respiro. Sento ancora il nodo allo stomaco quando ci penso e la sensazione di dolore che arriva di colpo ad uccidere. Ricordo il viaggio di ritorno e mio padre, la prima persona che vidi al mio arrivo in aeroporto. Mi rincorre piangendo e mi abbraccia, perché altro da fare e da dire non c’era. Ricordo le grida di mia madre, lei così fragile ma allo stesso con il coraggio di vedere suo figlio così come nessuno di noi ha avuto il coraggio di fare. Voi al nostro posto come lo avreste detto ad una bambina di otto anni che il suo unico fratello e il suo grande amore non c’era più? E non perché una malattia l’ha consumato, non perché il Signore l’ha voluto con lui… no. Perché un uomo, uno qualsiasi tale e quale a noi ha deciso che doveva andare così. Voi come l’avreste detto? Volete sapere come lo abbiamo fatto noi? Non lo abbiamo fatto perché Giusy quella sera si è nascosta in macchina e tutto ciò che è successo l’ha vissuto come un tir in piena faccia. Ha corso con mia madre e mio padre in ospedale, ha visto suo fratello in fin di vita su una barella e ha visto la disperazione… ad otto anni ha assistito a tutto ciò a cui io non ho avuto la possibilità di assistere.

Da quel momento a rappresentare il dolore di tutta la famiglia è mio padre e farlo non è semplice… devi saper diventare sordo al tuo dolore e fare spazio a quello di tua moglie e delle tue figlie. Devi consolare quando vorresti essere consolato. Si è preso sulle spalle la responsabilità di metterci la faccia per chiedere solo ciò che ci deve la vita e lo Stato: GIUSTIZIA.
Vi siete mai chiesti come fa un padre a guardare una bara bianca, consapevole che se suo figlio è là dentro è solo per lo sbaglio di una mano umana? Sapete cosa si prova ad accarezzare ed abbracciare un figlio in quattro tavole di legno consapevole che è l’ultima volta? Che le persone torneranno alla propria vita e tu ti troverai a fare i conti da solo con il dolore? Quel giorno mio padre, con tutta la sua forza e con un grido immenso, guardò quella bara e disse: “Filippo lotterò fino alla morte per farti avere giustizia”. Gente, non è contro natura?

Quello che da qua in poi dirò potrà essere condiviso o meno, sarò dura, scettica e poco fiduciosa ma io, a differenza di mio padre che si ostina con tutte le sue forze a credere nella giustizia, non ci credo e fidatevi ci vuole più coraggio a crederci che a lasciare andare, per questo ammiro ancor di più mio padre. Da ormai dieci anni ascolto grandi rappresentanti dello Stato e della Giustizia: “Martino manca poco, le indagini sono a buon punto”. Parole che cadono nell’oblio a cui non si è mai dato un seguito… non dico che chi di dovere non sta facendo il proprio lavoro ma chiedere ad una famiglia vittima di soprusi di avere pazienza è come chiedere ad un malato terminale di aspettare per poter accedere alle cure. È da pazzi! Il malato sa che nel frattempo il male che lo affligge lo finirà.

Il dolore, miei cari, a lungo andare logora… i suoi effetti non si consumano in un tempo stabilito subito dopo la tragedia e io ne sono la prova. Accumulare, sforzarsi, sopravvivere a lungo andare ti uccide dentro e qualche volta purtroppo non si limita a quello. Quando sopravvivi a certe tragedie e tutte le mattine ti svegli consapevole di cosa è successo, quando fai i conti con la malinconia, con la mancanza, con i sensi di colpa… farla finita ti sembra la strada più facile da percorrere per non dover più vivere con questo macigno sul cuore.

Volete mettere poi se a tutto ciò si aggiunge che chi ha colpe, vive beato la sua vita? Ci pensate a vivere con il dolore e con la rabbia di uscire di casa ed incontrarli sereni con i propri figli? Perché mio fratello no? Perché tu sei qui? Perché mio fratello una moglie non ha fatto in tempo ad averla? Perché a lui la gioia dei figli non è stata concessa? Perché non stai pagando per ciò che hai fatto? Nessuno farà tornerà indietro Filippo ma la giustizia potrebbe darci un po’ di serenità o no?

Ogni volta che sembra avvicinarsi la possibilità di chiudere il cerchio, improvvisamente gli elementi non sono sufficienti e sapete come si è conclusa la storia? Che l’ingiustizia ha avuto la meglio: ARCHIVIAZIONE!

Il fascicolo, che abbiamo consultato, contiene nomi, cognomi e conversazioni. Ma signori e signore i nomi che da dieci anni si apprestano a fare, sono nomi di chi è già in galera e non da poco! Sono stati loro ad uccidere mio fratello? Sono loro a fare le sparatorie? Magari sono i mandanti ma l’omicidio materiale è riconducibile alle nuove leve, ragazzini che senza ne arte e né parte per la fretta di racimolare qualche spicciolo promesso si apprestano a sparare con la benda sugli occhi probabilmente, senza certezze, senza sicurezze con la fretta fare e ripulirsi.

Ma la coscienza ragazzi miei ve la siete ripulita? Come si fa? Quanto tempo ci vuole? Siete consapevoli che con la vita che avete scelto di fare la possibilità che la vostra famiglia provi il nostro stesso dolore è alta? Le vostre scelte non sono solo vostre purtroppo, appartengono anche e soprattutto a chi vi vuole bene e se non siete egoisti non potete non fermarvi a pensare al dolore immane che potreste provocare alla vostra famiglia.
Aver già sbagliato una volta non è bastato però perché a quanto pare i signori continuano a sparare in pieno centro e in pieno giorno. Costringendo uomini, donne, bambini, non solo ad assistere a scene che difficilmente nella vita si dimenticano ma soprattutto ad avere paura anche ad uscire di casa! E secondo voi in un paese civile governato dalla giustizia è normale? Per me no! Mio padre deve uscire nel suo paese ed essere attaccato e offeso? Perché pretende dopo dieci anni che si accontenta del ricordo di suo figlio, che gli parla da dietro un freddo marmo, che chi ha sbagliato paghi?

Ciò che queste persone non tengono in considerazione, tra le tante cose è che Soriano è un paese LIBERO e ognuno di noi è in altrettanto modo libero di vivere la propria vita sempre nel rispetto per il prossimo. Noi persone civili che senza distinzione siamo TUTTI parte lesa della società sappiamo che la nostra libertà finisce quando inizia quella dell’altro.

Assurdo ma vero cari ragazzi, un Paese civile funziona così. Ciò che a questa gente manca è sicuramente la cultura della libertà, del giudizio, della Costituzione, del rispetto e dell’educazione che purtroppo, in questi posti non sempre dipende solo dalle Istituzioni e dalla famiglia. Pescano i ragazzi più sensibili, più bisognosi, più ribelli e gli promettono denaro e rispetto, tutto ciò che i ragazzi desiderano oggi tanto da annullare tutti gli altri valori sopra elencati.

Ragazzi miei, vi parlo da ragazza, da sorella tormentata dal dolore ma soprattutto da mamma. La vera ribellione sta nell’essere liberi e voi lo siete davvero? Siete liberi di spogliarvi dalle vesti che vi siete scelti e cominciare ad essere persone civili? Siete liberi di scegliere cosa e come fare e quando fare? NO. Il rispetto, quello vero, non quello dettato da paura, si conquista semplicemente essendo onesti e per bene.

Alzatevi presto e andate a lavorare, magari non avrete scarpe e vestiti firmati, ma sicuramente avrete una coscienza pulita che vi permetterà di vivere e dormire sereni. Non pensate che tutti abbiano paura di voi, perché ci sarà sempre qualcuno che si sentirà più forte e se volesse punirvi non colpirà voi ma le persone a voi più care. Dopo queste considerazioni, che non sono mie ma sono dati di fatto, vi sentite di essere liberi? Vi sentite di poter stare tranquilli? La vostra famiglia è al sicuro? NO. La libertà dopo la vita è il bene più prezioso. Liberatevi dalle vostre catene mentali e poi da quelle della “società” a cui avete scelto di appartenere.

Mi rivolgo a lei dottor GratteriMi faccia ricredere nella giustizia, quella vera. Faccia pulizia in questo nostro territorio martorizzato. Aiuti questi ragazzi a percorrere la strada della libertà e della legalità. Gli faccia capire che solo la civiltà li rende liberi e persone degne di rispetto. Aiuti le famiglie e i cittadini a sentirsi al sicuro. Faccia in modo che nessuno debba più piangere “Filippo”. Sto chiedendo un miracolo? Può essere ma io nei miracoli ci credo e in Lei anche.

Maria Teresa Ceravolo».

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