sabato,Luglio 13 2024

“Affari di famiglia”, gli inquirenti: «I clan Tundis e Calabria “padroni” del Cosentino»

Il procuratore Capomolla ricostruisce la ferocia dei due clan che si imponevano con violenza sulle imprese, costrette a pagare il pizzo: «Non risparmiavano nessuno»

“Affari di famiglia”, gli inquirenti: «I clan Tundis e Calabria “padroni” del Cosentino»

Due clan feroci, “legittimati” dalla ‘ndrangheta di Cosenza, capaci di imporre il pizzo a tutte le imprese locali. A “fotografare” lo spessore criminale delle cosche Tundis e Calabria, egemoni nel Paolano, in un’area che va da San Lucido fino alle porte di Amantea, sono stati i carabinieri del Comando provinciale di Cosenza che, con il coordinamento della Dda di Catanzaro guidata dal procuratore Nicola Gratteri, hanno eseguito questa mattina 37 misure cautelari svelando gli affari, gli interessi e le alleanze di una consorteria particolare aggressiva e pervasiva. [Continua un basso]

L’inchiesta “Affari di famiglia”

“Oggi è una giornata significativa”, ha affermato il procuratore aggiunto della Dda Vincenzo Capomolla, nel corso della conferenza stampa convocata nella sede della Procura di Catanzaro per presentare i risultati di un blitz dal nome eloquente, “Affari di famiglia”. Nell’incontro con i giornalisti, al quale hanno partecipato i vertici dell’Arma tra cui il comandante provinciale di Cosenza, il colonnello Agatino Spoto, gli inquirenti hanno ricostruito le dinamiche delle cosche Tundis e Calabria, dinamiche fondate soprattutto sul traffico di droga, con il supporto di due gruppi “specializzati” e con canali stabili di approvvigionamento anche nella Piana di Gioia Tauro, e sulle estorsioni, condotte a tappeto e con metodi violenti e cruenti, con il pizzo imposto a suon di danneggiamenti compiuti anche con l’uso di esplosivi e con incendi di locali e di automezzi. “Non risparmiavano nessuno”, ha specificato ancora Capomolla spiegando che a finire sotto le grinfie del sodalizio sono state imprese che eseguivano lavori pubblici a San Lucido e in altri Comuni dell’hinterland paolano, come l’adeguamento di una scuola, la manutenzione delle strade, la realizzazione di un tratto della linea ferroviaria, o lavori privati.

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Pressione mafiosa

Una pressione mafiosa fortissima, quella esercitata sul territorio dai clan Tundis e Calabria che inoltre – hanno poi aggiunto gli inquirenti – in modo diretto e indiretto si erano infiltrati anche nell’economia legale entrando a piene mani nel settore del commercio del pesce, del commercio di legname e del commercio di automobili. Tutti elementi che gli investigatori sono riusciti a ricostruire grazie alle dichiarazioni di diversi pentiti e alle attività classiche delle intercettazioni e degli appostamenti, che hanno svelato un territorio letteralmente sotto scacco mafioso.                  

“Encomiabili- ha sostenuto ancora Capomolla – l’attività e la tenacia dei Carabinieri che si sono dovuti misurare con l’atteggiamento non molto collaborativo delle vittime, per questo vogliamo incoraggiare un maggiore affidamento nelle attività delle forze dell’ordine, che – ha rimarcato il procuratore aggiunto – sono presenti sul territorio”. Del resto la ferocia degli esponenti delle  due cosche, che potevano godere tra l’altro di una grande disponibilità di armi, era risaputa, al punto che i clan Tundis e Calabria hanno anche provato a espandersi oltre i confini del territorio da loro storicamente egemonizzato, forti anche – è stato riferito dagli inquirenti nella conferenza stampa – dei legami con la ‘ndrangheta del capoluogo, Cosenza, in particolare con il clan retto dal presunto boss Francesco Patitucci e poi dal reggente Roberto Porcaro, che di recente ha deciso di collaborare con la Dda di Catanzaro e che è tra i destinatari dei provvedimenti restrittivi eseguiti oggi: “Le cosche Tundis e Calabria hanno intrattenuto rapporti costanti e molto stretti con la cosca confederata di Cosenza che ha legittimato le loro attività”, hanno infatti evidenziato gli investigatori.

Rapporti che si sono cementati soprattutto nel campo della droga e del traffico di sostanze stupefacenti, che i clan Tundis e Calabria gestivano avvalendosi di due associazioni “satelliti”, la prima attiva a San Lucido e direttamente riconducibile ai due clan apicali e la seconda attiva a Paola. (Agi)

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