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Inchiesta Maestrale, la Dda: «Maria Chindamo morta per un interesse dei Mancuso sui suoi terreni»

E’ quanto rivela l’ultima operazione della Procura distrettuale di Catanzaro incrociando le dichiarazioni di tre collaboratori, le intercettazioni ed l’annotazione di un maresciallo sulle dichiarazioni rilasciate dal marito della donna prima di suicidarsi

Inchiesta Maestrale, la Dda: «Maria Chindamo morta per un interesse dei Mancuso sui suoi terreni»

L’omicidio di Maria Chindamo sarebbe maturato nell’ambio di uno “specifico interesse del clan Mancuso all’acquisizione dei suoi terreni”. E’ quanto viene affermato esplicitamente, e per la prima volta in maniera così netta, dalla Dda di Catanzaro nell’inchiesta “Maestrale-Carthago” scattata il 10 maggio scorso. Per venire a capo dell’omicidio dell’imprenditrice e commercialista di Laureana di Borrello – rapita e fatta sparire alle ore 7.15 del 6 maggio 2016 dinanzi alla sua tenuta agricola di località Montalto di Limbadi – per gli inquirenti bisogna dunque seguire la pista che porta agli interessi del clan di Limbadi sui suoi terreni. Due le novità di rilievo, in tal senso, che vengono fuori dall’inchiesta. [Continua in basso]

Le dichiarazioni dei collaboratori

Salvatore Ascone

Le dichiarazioni dei collaboratori Emanuele Mancuso, Andrea Mantella e Antonino Belnome contribuiscono a fare chiarezza sulla figura di Salvatore Ascone, sul contesto criminale della località Montalto ed anche sullo specifico interesse della famiglia Mancuso nell’acquisizione dei terreni di Maria Chindamo, circostanze che unite insieme – afferma per la prima volta la Dda – costituiranno proprio la base in cui è maturato l’omicidio di quest’ultima”.
Per la Procura distrettuale di Catanzaro, le dichiarazioni dei tre collaboratori di giustizia offrono “elementi riscontranti” non solo sulla figura criminale di Salvatore Ascone – 57 anni, di Limbadi, detto “U Pinnularu”, arrestato per altri reati nell’operazione “Maestrale” – ma anche “sull’interesse dei Mancuso per l’acquisizione del terreno della Chindamo”.

Le dichiarazioni di Punturiero ad un carabiniere

Se Maria Chindamo è dunque morta per via dell’interesse della famiglia Mancuso sui suoi terreni, una seconda novità arriva dai contenuti di un’annotazione di polizia giudiziaria redatta da un maresciallo attualmente in servizio al Nucleo  Investigativo dei carabinieri di Torino. In tale annotazione, il carabiniere evidenziava di aver appreso da Punturiero Ferdinandomarito di Maria Chindamo, morto suicida in data 8 maggio 2015 – che Salvatore Ascone aveva richiesto l’utilizzo di una stradina interpoderale che passava sui loro terreni per raggiungere il fondo posto alle spalle degli stessi. Tale fondo è quello della famiglia Crea”. Ed anche sui terreni della famiglia Crea è emerso – nell’ambito dell’inchiesta Maestrale – uno specifico interesse di Salvatore Ascone”, ovvero da parte del 57enne di Limbadi  tratto in arresto su richiesta della Procura di Vibo Valentia  in relazione alla scomparsa di Maria Chindamo, ma poi scagionato dal Riesame e dalla Cassazione in quanto è rimasto accertato che la mancata registrazione della scena del rapimento della donna non è stata dovuta ad una manomissione dell’impianto di videosorveglianza posto nella villetta di Ascone che si trova dinanzi al cancello della tenuta agricola della Chindamo. [Continua in basso]

Le intercettazioni

In data 28 Marzo 2019 Salvatore Ascone unitamente al figlio Rocco disquisiscono circa lo spostamento di una pistola e nella fattispecie Salvatore invita il figlio a portarla immediatamente” da un altro soggetto poiché spaventato  da  imminenti perquisizioni  che  potrebbero  coinvolgerlo sia in relazione alla vicenda della scomparsa della Chindamo, sia in relazione al  processo Perseo” in corso a Lamezia Terme contro i clan del lametino. Ecco l’intercettazione: …Non sia mai trovano la pistola…. lo vedi che mi tengono sotto… quelli non trovano la macchina! Capisci che mi tengono sotto! Tu non vuoi credermi!?”. […]. Ad avviso della Dda di Catanzaro, tale allarmismo da parte di Salvatore Ascone “è dovuto, con ogni probabilità, al fatto che poco prima erano stati pubblicati diversi articoli di giornale e online in relazione alle responsabilità di Ascone nella scomparsa della Chindamo ed in particolare sulla manomissione del sistema di videosorveglianza”.

Diego Mancuso e Andrea Mantella

Diego Mancuso

In tale contesto, ricostruito nell’operazione Maestrale, ad avviso della Dda di Catanzaro non di secondaria importanza appare la figura di Diego Mancuso, alias Mazzola, 69 anni, arrestato nell’operazione Olimpo e ritenuto da sempre uno dei boss dell’omonimo casato di ‘ndrangheta di Limbadi. Gli investigatori spiegano a chiare lettere che Diego Mancuso proprio in località Montalto deteneva – prima della confisca – numerosi appezzamenti di terreno gestiti poi in maniera abusiva dalla nipote Rosina Di Grillo, anche lei con uno specifico interesse nell’acquisizione dei terreni, entrata poi in conflitto – sottolinea la Dda – proprio con Ascone. Tale specifico ruolo di Diego Mancuso ottiene un pregevole riscontro dalle dichiarazioni di Andrea Mantella che evidenzia di aver trattato proprio con il Mancuso la questione relativa ai rapporti con Maria Chindamo e le azioni intraprese da quest’ultima”. Rosina Di Grillo è la figlia di Rosaria Mancuso, sorella di Diego Mancuso, ed attualmente in carcere poiché condannata in primo grado quale mandante dell’autobomba di Limbadi costata la vita al biologo Matteo Vinci. [Continua in basso]

Gli interrogatori di Mantella

Andrea Mantella

Sono due gli interrogatori del collaboratore di giustizia di Vibo Valentia, Andrea Mantella, in cui lo stesso parla di Maria Chindamo. Uno è venuto fuori dall’operazione Olimpo ed è datato 18 ottobre 2016, quindi quasi sei mesi dopo l’inizio della sua collaborazione che risale agli inizi del mese di maggio dello stesso anno. Con riferimento alla vicenda relativa alla scomparsa di Maria Chindamo non so nulla di preciso – ha fatto mettere a verbale Mantella – essendo stato in carcere dal 2011. Tuttavia qualche anno fa mi trovavo detenuto a Viterbo e Diego Mancuso mi parlava di questa imprenditrice che aveva una piantagione di Kiwi e del fatto che Pantaleone Mancuso, detto Vetrinetta, si stava accaparrando i suoi terreni e che quando sarebbe uscito lui doveva mettere a posto questa situazione”.

Dall’inchiesta Maestrale viene fuori ora un secondo interrogatorio di Mantella, molto più recente, datato 6 febbraio 2020. Chiedono gli investigatori al collaboratore: “Come mai dovevano incaricare proprio Ascone della coltivazione della proprietà della  Chindamo”? Questa la risposta di Andrea Mantella: Credo che volessero incaricare lui della coltivazione del fondo della Chindamo, qualora fossero riusciti ad ottenerlo, per via del fatto che lui era del mestiere nel senso che era dedito alla pastorizia ed all’agricoltura”.  Domanda: “Dove aveva la sua azienda Ascone”? Risposta: “Di questo non ne sono a conoscenza, so che l’azienda si trovava comunque a Limbadi”. Da tale verbale, riportato solo in parte dalla Dda di Catanzaro, si capisce dunque che qualcuno – indicato precedentemente nell’inchiesta Maestrale da ricercare nella famiglia Mancuso – puntava ai terreni di Maria Chindamo e non era riuscito ancora ad ottenerli. Nel caso di acquisizione, della coltivazione dei fondi si sarebbe dovuto occupare Salvatore Ascone.

Emanuele Mancuso

Emanuele Mancuso

Se il collaboratore Antonino Belnome – originario di Guardavalle e trapiantato in Lombardia al soldo del clan Gallace – ha parlato della sua conoscenza con Salvatore Ascone a Milano e dei suoi traffici con gli stupefacenti, Emanuele Mancuso in un interrogatorio del 16 luglio 2021 ha svelato invece un altro particolare importante che va a confermare il contrasto tra Salvatore Ascone e Rosina Di Grillo per i terreni attorno alla proprietà di Maria Chindamo. “Ascone ha anche estromesso Rosa Di Grillo ed il suo compagno dell’epoca – Leopoldo – dai terreni vicini a quelli della Chindamo, perchè io – ha aggiunto il collaboratore – ho intermediato con Diego perchè togliesse la Di Grillo a coltivare quei terreni”. La Dda di Catanzaro, guidata dal procuratore Nicola Gratteri, non manca infine di sottolineare che la zona della località Montalto viene indicata come una zona di confine tra le competenze territoriali dei Mancuso e dei Bellocco, essendo posta al limite di territorio tra Limbadi e Rosarno, storici feudi delle due consorterie ‘ndranghetistiche”.

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