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Decapitato da una fucilata, così fu ucciso “U Picciotto”: il racconto di Mantella sulla fine del cugino «che poteva parlare»

Nelle motivazioni della sentenza di Rinascita Scott che ha condannato il collaboratore di giustizia a 14 anni per l’omicidio di Filippo Gancitano, i dettagli della spedizione di morte: «Al Crimine di San Luca diciamo che è un infame». Il corpo mai ritrovato e le versioni discordanti sul suo occultamento

Decapitato da una fucilata, così fu ucciso “U Picciotto”: il racconto di Mantella sulla fine del cugino «che poteva parlare»
Andrea Mantella e il luogo dove secondo Arena è stato occultato il corpo di Filippo Gangitano

Filippo Gancitano lo chiamavano “u Picciotto” per via del suo fisico minuto e perché aveva iniziato a frequentare gli ambienti criminali da giovanissimo. Come giovanissimo era pure suo cugino Andrea Mantella. Insieme erano cresciuti in seno alla famiglia di mafia Lo Bianco-Barba di Vibo Valentia e insieme avevano commesso due agguati mortali: il duplice omicidio di Rosario Tavella e Francesco Callipo, a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, e l’omicidio di Michele Neri negli anni ’90. In entrambi i casi “u Picciotto” ha sempre avuto un ruolo da gregario mentre il cugino Andrea, che oggi da collaboratore di giustizia racconta questi fatti, era il killer spietato e freddo, quello che, ancora minorenne, finiti i proiettili aveva ucciso un uomo a sassate.
Prima di diventare capo di un gruppo scissionista, Mantella era stato un soldato dei Lo Bianco-Barba e con il cugino facevano dentro e fuori dal carcere.

La scomparsa dopo essere uscito dal carcere

È accaduto che Filippo Gancitano il 19 gennaio 2002 è uscito dal carcere. Il 27 gennaio il padre Salvatore ne ha denunciato la scomparsa alla Questura di Crotone. Filippo Gancitano è stato classificato come persona scomparsa fino a quando, nel 2016, suo cugino Andrea Mantella non ha cominciato a parlare con la Dda di Catanzaro e ha raccontare che era stato proprio lui a organizzare la morte del Picciotto su ordine, inappellabile, dei suoi capi: Vincenzo Barba, Filippo Catania, Paolino Lo Bianco.

Lo volevano morto – dice Mantella – per due ragioni: Filippo in carcere si era lamentato spesso di essere stato abbandonato dalla consorteria, soprattutto economicamente. Dal carcere aveva mandato anche delle lettere, sia ad Andrea Mantella che ad un altro cugino, Francesco Lo Bianco. Inoltre pare che nel carcere di Rossano avesse legato con Nicola Acri, appartenente alle consorterie criminali del Cosentino (oggi anche lui collaboratore di giustizia), e avessero organizzato un’attività spaccio.

Filippo Gancitano, una volta uscito di prigione, aveva mantenuto un certo distacco rispetto alla cosca e si andava lamentando in giro di questo abbandono che aveva subito. Ne aveva parlato anche con Bartolomeo Arena, anche lui oggi collaboratore di giustizia. Leggerezze, parole di troppo che avevano messo in allarme il clan che temeva che «se la potesse cantare». Anche perché il Picciotto di fatti, anche gravi, ne conosceva a bizzeffe.

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La proposta di mandarlo in Germania (che non gli salva la vita)

Su di lui aleggiava da sempre il sospetto che fosse omosessuale e che negli ultimi tempi avesse anche coabitato con un ragazzo. Ma se, come racconta il collaboratore Bartolomeo Arena, della sessualità di Filippo Gancitano si chiacchierava fin da quando era un adolescente, è quando comincia a lamentarsi e distaccarsi dalla cosca che l’omosessualità diventa un problema.
Andrea Mantella nel 2002 si trovava in regime di semilibertà. Venne convocato dai capi cosca per una riunione carbonara in un negozio di abbigliamento. E i capi, un po’ per il fatto dell’omosessualità e, forse soprattutto, per la paura che potesse parlare con le forze dell’ordine, avevano deciso di metterlo a tacere per sempre.
Mantella cerca di rassicurare gli animi, dice che il ragazzo può essere allontanato, mandato dalle sorelle in Germania. Ma, racconta il collaboratore, anche se la cosa fece prendere tempo, la decisione definitiva fu un insindacabile pollice verso. Dicevano che «si doveva dare conto al crimine di San Luca» e che avrebbero giustificato la cosa facendolo passare, nella società mafiosa, come un infame. Una sorta di procedura per “degradare” e giustificare un omicidio agli occhi degli altri ‘ndranghetisti.

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La trappola organizzata da Mantella

L’incarico di organizzare il delitto viene dato a Mantella che però sa di non godere di molta fiducia da parte del Picciotto. Così decide di agire per vie traverse: gli dice se può andare a controllare una partita di cocaina che Mantella nasconde nella masseria del padre. Mantella non si inserisce nel delitto, manda avanti l’ignaro fratello Nazzareno che accompagna Gancitano alla masseria con la macchina e anche lui sa che si tratta di una questione di droga. L’altro fratello, invece, Domenico Mantella, non sapeva niente.
Ad aspettare il Picciotto, nascosto dietro una balla di fieno c’era un altro killer della cosca vibonese: Francesco Scrugli, che di questa storia non potrà mai parlare perché morto in un agguato.
Appena scendono dalla macchina e ce l’ha sotto tiro, «Scrugli gli spara una fucilata in faccia e addirittura gli portano via tutto il capo».

La versione di Mantella: il corpo seppellito e poi bruciato

I fratelli Domenico (che stava lavorando in masseria) e Nazzareno accorrono e non possono fare altro, dice il collaboratore, che aiutare Scrugli a disfarsi del cadavere.
Da quel momento pare che non abbiano più voluto sapere niente del fratello. Gli fanno sapere che il corpo è stato portato con una carriola oltre la masseria, vicino a un canale e che qualche tempo dopo Domenico, mentre pascolava gli animali, lo aveva visto riaffiorare dal terreno. Allora Mantella aveva dato ordine di bruciarlo. Ma lui quel corpo, in effetti non lo aveva visto mai.

La proposta fatta ad Arena: «Te la senti che gli buttiamo due botte al Picciotto?»

Anche a Bartolomeo Arena avevano proposto di uccidere Gancitano: il cugino Giuseppe Pugliese Carchedi gli aveva portato una imbasciata da parte di Mantella: «Te la senti che gli buttiamo due botte al Picciotto?». Ma Arena aveva rifiutato categoricamente: «Assolutamente non se ne parla, innanzitutto perché lo conosco da quando era piccolino e il picciotto praticamente, cioè perché lo dovevo fare io?! Cioè… Per quale motivo io avrei dovuto uccidere Picciotto, né mi sentivo di fargli un favore ad Andrea Mantella e poi né tanto meno con il Picciotto che conoscevo da ragazzino e quindi io dissi che a me questa cosa non mi interessava».

Arena dice che «sin dai tempi della scuola si diceva di Gancitano che fosse omosessuale, ma che a lui non risultava personalmente, così come negli anni successivi ebbe una frequentazione con un ragazzo, poi sposatosi e divenuto avvocato, molto assidua, ma non è in grado di dire se effettivamente ebbe una relazione». Quello che sa è che si temeva che Gancitano «potesse collaborare con la giustizia e se collaborava Filippo Gancitano di cose da dire ne aveva sicuramente tante». Ma chi poteva temere? Su questa domanda Arena non sa essere preciso: «… un po’ tutti a Vibo lo temevano, perché Filippo Gancitano aveva partecipato a diverse questioni».

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La versione di Arena: il corpo sepolto sotto una colata di cemento

Per quanto riguarda l’occultamento del cadavere, Arena aveva saputo che il corpo era stato seppellito sotto una colata di cemento nella masseria dei Mantella dove Andrea Mantella stava facendo dei lavori, salvo poi essere spostato quando si era sparsa la voce che il boss scissionista stava collaborando: «Francesco Antonio Pardea mi disse che mentre erano un giorno insieme con il fratello di Andrea Mantella, Domenico Mantella, è stato lui a dirgli che l‘aveva spostato lui il Gancitano e quindi non lo troveranno mai, perché nemmeno Andrea sa dove sia il Gancitano adesso».

La ricostruzione di Mantella «precisa, lineare e coerente». Ma non basta

Secondo i giudici della Corte d’Assise di Catanzaro la ricostruzione dell’omicidio fatta da Andrea Mantella è «precisa, lineare e coerente». E se questo basta a condannare a 14 anni il collaboratore che ha confessato il delitto, non basta a condannare i mandanti «dal momento che il dichiarato del collaboratore Bartolomeo Arena, se dà conferma alla ricostruzione della figura del Gancitano ed alla causale dell’omicidio così come ricostruita dal Mantella (compresa la sua partecipazione), non fornisce supporto al dichiarato del Mantella circa i correi nell’azione omicidiaria». Per questa ragione Mantella è stato condannato a 14 anni di reclusione mentre Vincenzo Barba, Filippo Catania e Paolino Lo Bianco sono stati assolti per non aver commesso il fatto.

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