‘Ndrangheta: “Black money”, ecco la sentenza contro il clan Mancuso (VIDEO/FOTO)

Il Tribunale collegiale di Vibo Valentia ha letto il dispositivo dopo 10 giorni di camera di consiglio. Quarantasette anni di carcere a fronte dei 220 richiesti dall'accusa. Nove le condanne, 5 le assoluzioni, 7 le posizioni prescritte

Il Tribunale collegiale di Vibo Valentia ha letto il dispositivo dopo 10 giorni di camera di consiglio. Quarantasette anni di carcere a fronte dei 220 richiesti dall'accusa. Nove le condanne, 5 le assoluzioni, 7 le posizioni prescritte

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È giunto a sentenza pochi minuti fa al vecchio Tribunale di Vibo Valentia il processo “Black Money” contro il clan Mancuso di Limbadi.

Il Collegio presieduto da Vincenza Papagno, a latere i giudici Giovanna Taricco e Pia Sordetti, alla presenza del pm Marisa Manzini, ha dunque sciolto le riserve, dopo ben 10 giorni di camera di consiglio, rispetto alle richieste di pena formulate dal pm nei confronti degli imputati, ritenuti esponenti o fiancheggiatori della potente famiglia di ‘ndrangheta del Vibonese.

Nei loro confronti erano a vario titolo contestati i reati di associazione mafiosa, usura, estorsione, detenzione di armi, danneggiamenti. Il processo nasce dall’omonima operazione della Dda di Catanzaro scattata nel marzo 2013. Gli anni di pena complessivi sono 47 a fronte dei 220 anni di reclusione chiesti dal pm Marisa Manzini al termine della requisitoria.

Molti indagati sono stati già giudicati con il rito abbreviato e assolti in primo e secondo grado. In abbreviato l`accusa ha infatti retto solo parzialmente. Quello dinanzi al Tribunale di Vibo era invece il troncone con il rito ordinario.

Questa la sentenza: Giovanni Mancuso, 9 anni di reclusione (richiesta del pm: 29 anni) e 9.000 euro di ammenda; Agostino Papaianni, 7 anni e 8 mesi di reclusione (richiesta pm: 28 anni e 6 mesi); Antonio Mancuso (cl. 1938), 5 anni di reclusione (27 anni la richiesta di pena); Pantaleone Mancuso, assolto (26 anni e 6 mesi la richiesta del pm); Giuseppe Mancuso, 1 anno e 6 mesi anni di reclusione (19 anni la richiesta di condanna); Gaetano Muscia, 7 anni di reclusione (14 anni la richiesta del pm); Damian Fialek, 3 anni di reclusione (12 anni e 8 mesi la richiesta del pm); Leonardo Cuppari, 5 anni di reclusione (12 anni e 6 mesi la richiesta della pubblica accusa); Antonino Castagna, imprenditore, assolto (12 anni la richiesta di pena, difeso dagli avvocati Antonio Porcelli e Salvatore Staiano); Antonio Prestia, imprenditore, 5 anni e sei mesi di reclusione (7 anni la richiesta del pm);

Antonio Velardo, 4 anni di reclusione (5 anni la richiesta); Nicola Angelo Castagna, prescrizione dopo esclusione delle aggravanti delle modalità mafiose (3 anni la richiesta); Filippo Mondella, prescrizione (3 anni la richiesta); Carmela Lo Preste, prescrizione (3 anni la richiesta); Giuseppe Papaianni, assolto (3 anni la richiesta del pm); Raffaele Corigliano, assolto (3 anni la richiesta del pm); Ottorino Ciccarelli, prescrizione (3 anni la richiesta); Alberto Caputo, prescrizione (3 anni la richiesta); Pantaleone Zoccali, prescrizione (2 anni e 6 mesi la richiesta); Carmina Mazzitelli, prescrizione (2 anni e 6 mesi la richiesta); Federico Francesco Buccafusca, assolto (richiesta pm: assoluzione).

Gli imputati detenuti (Agostino Papaianni, Gaetano Muscia, Giuseppe Mancuso e Leonardo Cuppari) sono stati tutti rimessi in libertà se non detenuti per altra causa. Non regge l’accusa di associazione mafiosa per Pantaleone Mancuso “Scarpuni”, così come per tutti gli altri imputati, compresi Giovanni e Antonio Mancuso e Agostino Papaianni. Per diversi di loro vengono inoltre meno molti dei reati contestati. Atti alla Procura per procedere per falsa testimonianza nei confronti dei testi Giacomo Cichello e Marina Currò. L’inchiesta coordinata dal pm Marisa Manzini e dall’allora procuratore della Dda di Catanzaro, Giuseppe Borrelli, si era avvalsa dell’attività investigativa sul campo dalla Guardia di Finanza di Vibo Valentia e del Gico di Trieste, dalla Squadra Mobile di Catanzaro all’epoca diretta da Rodolfo Ruperti e dal Ros di Catanzaro (informativa denominata “Purgatorio”) diretto all’epoca da maggiore Giovanni Sozzo. Il boss Antonio Mancuso (avvocati Sergio Rotundo e Francesco Stilo) viene condannato per il solo reato di tentata estorsione ai danni di Eugenio William Polito (attuale collaboratore di giustizia, assistito dall’avvocato Giovanna Fronte), ma è stato assolto dall’accusa di violenza privata ai danni dei coniugi Giuseppe Grasso e Francesca Franzè (parti civili con l’avvocato Domenico Talotta) e, soprattutto assolto dall’accusa di capo promotore del clan. Nel collegio di difesa gli avvocati: Francesco Calabrese, Armando Veneto. Francesco Sabatino, Sergio Rotundo, Giuseppe Di Renzo, Antonio Porcelli, Mario Bagnato, Michelangelo Miceli, Leopoldo Marchese, Francesco Stilo, Domenico Chindamo, Salvatore Staiano, Patrizio Cuppari, Francesco Gambardella, Aldo Labate, Domenico Alvaro, Paolo Villelli.