Operazione “Rubamazzo”: due i vibonesi condannati in Cassazione

Avrebbero costituito un’associazione a delinquere per importare in Italia migliaia di capi di abbigliamento contraffatti
Avrebbero costituito un’associazione a delinquere per importare in Italia migliaia di capi di abbigliamento contraffatti
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La Corte di Cassazione
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Danilo Fiuumara

Supera il vaglio della Cassazione la sentenza emessa il 22 gennaio 2018 dalla Corte d’Appello di Firenze nei confronti di due vibonesi: Gaetano Comito, 54 anni, di Vibo Valentia, condannato alla pena finale di 4 anni e 6 mesi di reclusione;Danilo Fiumara, 51 anni, di Francavilla Angitola, condannato a 3 anni e 5 mesi. Si tratta dell’operazione “Rubamazzo” su un’associazione a delinquere finalizzata alla commercializzazione su vasta scala, di capi d’abbigliamento con marchi contraffatti per migliaia di euro. I due vibonesi erano rimasti coinvolti nell’inchiesta insieme a diversi napoletani la cui posizione è stata da tempo stralciata e gli atti sono stati trasmessi per competenza territoriale a Napoli. 

La consegna della merce sarebbe avvenuta, oltre che in Toscana, anche a Mileto, Vibo Valentia e Pizzo Calabro. L’operazione aveva portato al sequestro di 30mila capi di abbigliamento abilmente contraffatti e delle marche più prestigiose, grazie ad una serie di intercettazioni telefoniche ed ambientali. In una di queste, Gaetano Comito avrebbe spiegato al suo interlocutore che ad occuparsi della merce in Calabria ci sarebbe stato Danilo Fiumara, suo “socio in tutto al 50%”.

Fra gli episodi emersi nel corso delle indagini, anche il pestaggio di un napoletano ad opera di Gaetano Comito. In una conversazione intercettata che per i magistrati sembra essere stata “tratta dai film sulla mafia”, dinanzi ad uno dei campani qualificatosi come esponente della “famiglia” Mazzarella di Napoli, Getano Comito così avrebbe replicato: “Ora ti dico io chi sono…sono compare di anello e di battesimo di Francesco Mancuso”. A questo punto, il napoletano avrebbe “cambiato totalmente tono ed atteggiamento”. 

Il reato di introduzione in Italia di capi contraffatti è invece caduto in prescrizione. Per la Suprema Corte, “le conclusioni circa la responsabilità dei ricorrenti risultano adeguatamente giustificate dai giudici di merito attraverso una puntuale valutazione delle prove, che ha consentito una ricostruzione del fatto esente da incongruenze logiche e da contraddizioni”.

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