‘Ndrangheta, Emanuele Mancuso: «Nel Vibonese tutti sotto mio zio Luigi»

Il collaboratore di giustizia nel processo contro il clan Soriano di Filandari ribadisce il ruolo di vertice dell’esponente della cosca di Limbadi
Il collaboratore di giustizia nel processo contro il clan Soriano di Filandari ribadisce il ruolo di vertice dell’esponente della cosca di Limbadi
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Il nuovo tribunale di Vibo

Ha preso il via nel pomeriggio il controesame del collaboratore di giustizia, Emanuele Mancuso, ascoltato nel processo nato dall’operazione “Nemea” contro il clan Soriano di Filandari. Collegato in videoconferenza con il Tribunale collegiale di Vibo Valentia, presieduto dal giudice Tiziana Macrì, il collaboratore di giustizia – rispondendo alle domande dei difensori degli imputati – ha spiegato che lo zio Luigi Mancuso aveva preso in mano le redini del clan una volta uscito dal carcere (2012) dopo aver scontato 19 anni di ininterrotta detenzione. “Tutti gli altri nel Vibonese stavano sotto zio Luigi – ha affermato Emanuele Mancuso – e la sua rete relazionale era molto ampia. Dopo essermi recato dall’imprenditore di Ionadi, Antonino Castagna, per perorare la causa di un lavoratore della sua azienda che era stato licenziato, tale Bartolotta di Stefanaconi, sono stato chiamato da Pasquale Gallone al quale lo stesso Castagna gli aveva poi detto di non recarmi più a casa sua. Pasquale Gallone era un uomo di Luigi Mancuso e confermo che dietro Castagna c’erano Gallone e Luigi Mancuso”. [Continua dopo la pubblicità]

Pantaleone Mancuso

Emanuele Mancuso ha quindi spiegato di collaborare con la giustizia dal 18 giugno 2018 e di non aver avuto bisogno di alcuna affiliazione formale alla ‘ndrangheta in quanto figlio di Pantalone Mancuso, detto l’Ingegnere, uno degli esponenti apicali della “famiglia”. Al tempo stesso ha confermato di aver coltivato vaste piantagioni di marijuana sia nel Vibonese che nel Reggino. Conferme anche sul suo ruolo di intermediario fra Luigi Mancuso e Leone Soriano, al fine di trovare una soluzione a seguito degli attentati del clan Soriano di Filandari nei confronti dell’imprenditore Antonino Castagna, parte lesa nel processo ed ascoltato in aula nella precedente udienza. “Confermo – ha continuato il collaboratore – di aver ceduto un ordigno esplosivo a Giuseppe Soriano, figlio di Roberto Soriano.

Roberto Soriano

Ho appreso da Salvatore Ascone di Limbadi che Roberto Soriano era stato ucciso materialmente da Peppone Accorinti di Zungri che l’aveva poi macinato con il trattore. Negli ultimi tempi era stato Luigi Mancuso in persona a delegare Giuseppe Accorinti a controllare anche il territorio di Filandari in quanto Leone Soriano non rispettava più alcuna regola e non risparmiava nessuno dagli attentati: imprenditori e forze dell’ordine comprese”.

La conoscenza con Giuseppe Soriano, il collaboratore l’ha invece fatta risalire ad una presentazione fatta da Giuseppe Prestia. I due – Emanuele Mancuso e Giuseppe Soriano – sarebbero divenuti grandi amici, tanto da essere anche fermati in auto insieme dai carabinieri, sebbene nell’occasione Emanuele Mancuso avrebbe esibito alle forze dell’ordine dei documenti fasulli che indicavano altre generalità.

Giuseppe Accorinti

Quindi l’incontro a casa di Salvatore Ascone dove si sarebbe recato anche Giuseppe Accorinti per ritirare dodici chili di marijuana. Ascone avrebbe ceduto ad Emanuele Mancuso un chilo di cocaina e la sostanza stupefacente sarebbe stata poi “tagliata” e divisa in un appartamento di Nicotera fra il futuro collaboratore di giustizia e Giuseppe Soriano. Lo stesso Ascone si sarebbe inoltre servito di Emanuele Mancuso al fine di “bonificare” la propria abitazione e le proprie autovetture dalle microspie.

Il controesame di Emanuele Mancuso, iniziato con le domande dell’avvocato Daniela Garisto che difende Giuseppe Soriano e proseguito con l’avvocato Diego Brancia che assiste Leone Soriano, continuerà il 19 febbraio prossimo.

Leone Soriano

Prima di Emanuele Mancuso, il Collegio ha invece ascoltato i testi dell’accusa – rappresentata dal pm della Dda di Catanzaro, Annamaria Frustaci – Marco ed Antonio Fuduli, rispettivamente figlio e padre. Marco Fuduli ha subìto l’incendio della propria abitazione a Filandari, mentre quattro colpi di pistola alle serrande del garage ed un colpo al portone di casa sono stati esplosi nel 2017 contro l’immobile di Antonio Fuduli a Pizzinni di Filandari. Lo stesso Antonio Fuduli – commerciante – è stato poi destinatario di lettere minatorie.

Ascoltato in aula anche l’imprenditore Pasquale Romano, titolare della ditta edile “Fo. Pa. srl” con sede a Baracconi – al confine fra i comuni di Mileto e Ionadi – destinatario di una bottiglia contenente liquido infiammabile accompagnata da tre cartucce, ed il gioielliere di Nicotera Antonio Limardo che il 3 gennaio 2018 è rimasto vittima di un furto nella sua attività commerciale. Furto che l’operazione “Nemea” attribuisce ad Emanuele Mancuso.

Giuseppe Soriano

Gli imputati del processo “Nemea” sono: Leone Soriano, 54 anni, di Pizzinni di Filandari; Graziella Silipigni, 49 anni, di Pizzinni di Filandari, moglie del defunto Roberto Soriano (lupara bianca), fratello di Leone; Giuseppe Soriano, 29 anni, di Pizzinni di Filandari (figlio della Silipigni); Giacomo Cichello, 33 anni, di Filandari; Francesco Parrotta, 37 anni, di Filandari, ma residente a Ionadi; Caterina Soriano, 30 anni, di Pizzinni di Filandari (figlia di Graziella Silipigni); Luca Ciconte, 28 anni, di Sorianello, di fatto domiciliato a Pizzinni di Filandari (marito di Caterina Soriano); Mirco Furchì, 27 anni, di Mandaradoni, frazione di Limbadi; Domenico Soriano, 61 anni, di Pizzinni di Filandari (fratello di Leone Soriano); Domenico Nazionale, 34 anni, di Tropea; Rosetta Lopreiato, 51 anni, di Pizzinni di Filandari (moglie di Leone Soriano); Maria Grazia Soriano, 48 anni, di Arzona di Filandari; Giuseppe Guerrera, 25 anni, di Arzona di Filandari; Luciano Marino Artusa, 59 anni, di Arzona di Filandari; Alex Prestanicola, 29 anni, di Filandari.

Francesco Parrotta e Graziella Silipigni

L’inchiesta è stata condotta “sul campo” dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Vibo Valentia con il coordinamento del pm della Dda di Catanzaro Anna Maria Frustaci. Nel collegio di difesa figurano gli avvocati: Giovanni Vecchio, Diego Brancia, Daniela Garisto, Giuseppe Di Renzo, Francesco Schimio, Mario Bagnato, Vincenzo Brosio, Gianni Russano, Salvatore Staiano e Pamela Tassone.

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