giovedì,Luglio 29 2021

‘Ndrangheta: gli assetti mafiosi a Mileto nei verbali inediti di Iannello

Il collaboratore di giustizia condannato per l’omicidio del piccolo Nicolas Green risentito dalla Dda per l’inchiesta “Rinascita-Scott”. A riscontro, anche le dichiarazioni del pentito Mantella

‘Ndrangheta: gli assetti mafiosi a Mileto nei verbali inediti di Iannello

Si ritorna a sparare a Mileto e più precisamente nella frazione di Paravati. Un delitto, quello del 27enne Francesco Palmieri, sul quale stanno indagando i carabinieri nel tentativo di fare piena luce assicurando l’autore o gli autori alla giustizia. Non vi sono elementi, allo stato, per ricollegare l’omicidio alla criminalità organizzata. Vero è che, in ogni caso, Mileto e le sue frazioni da quasi quarant’anni sono al centro delle dinamiche mafiose del Vibonese, ricostruite in parte dalle recenti operazione antimafia denominate “Miletos” e “Rinascita-Scott”. Proprio in tale ultima monumentale inchiesta trovano spazio gli inediti verbali del collaboratore di giustizia Michele Iannello di San Giovanni di Mileto, condannato in via definitiva quale esecutore materiale dell’omicidio del bimbo americano Nicolas Green, ucciso nel settembre del 1994 sull’autostrada mentre viaggiava in auto con i genitori.

Verbali inediti, quelli di Michele Iannello, perché a distanza di anni dall’avvio della collaborazione (1995), l’ex “sgarrista” di San Giovanni di Mileto è stato ripreso a verbale il 21 giugno del 2018 dai magistrati della Dda di Catanzaro che hanno condotto l’operazione “Rinascita-Scott” (pm Camillo Falvo, Annamaria Frustaci, Antonio De Bernardo e Andrea Mancuso).

Iannello e la ‘ndrangheta a Mileto. “Ero organico alla ‘ndrangheta e facevo parte di un gruppo operante a San Giovanni di Mileto composto dai Prostamo, dai Pititto e Iannello. Ho iniziato a collaborare – dichiara Iannello – nel gennaio del 1995.

Luigi Mancuso

In principio il gruppo era capeggiato da Enrico Zupo a cui successivamente è subentrato Giuseppe Prostamo ed il fratello Nazzareno Prostamo.Zupo Enrico ha poi avuto dei contrasti con Peppe Mancuso ed è stato eliminato. Al suo posto hanno preso il sopravvento i fratelli Prostamo, in ottimi rapporti con Mancuso Antonio e Giuseppe. All’epoca a San Giovanni di Mileto era costituita una ‘ndrina distaccata dei Mancuso ed inparticolare di Mancuso Giuseppe e Mancuso Luigi. Nel periodo in questione ovvero dal 1986 in poi, i Mancuso di Limbadi – racconta ancora Michele Iannello – rappresentavano i vertici della ‘ndrangheta vibonese e a Limbadi era presente un locale di ‘ndrangheta riconosciuto che rispondeva direttamente a San Luca. In realtà i Mancuso erano i capi dell’intera area del Vibonese e tutte le strutture di ndrangheta ivi presenti facevano riferimento a loro, come fossero una “casa madre” per tutta la zona.

Pasquale Pititto

Io – continua Iannello – sono stato battezzato nel 1986 con il grado di picciotto. Successivamente, nel 1987 mi pare, nel carcere di Vibo, alla presenza di Lele Fiamingo, Maiolo Rocco, e tale Mazza di Catanzaro, ora collaboratore di giustizia, mi è stato conferito il grado di camorrista, come a Pititto Pasquale, mentre a mio fratello Giuseppe Iannello, nello stesso giorno, è stato conferito il grado di sgarrista”.Lele Fiamingo è stato ucciso il 9 luglio del 2003 a Spilinga, Rocco Maiolo di Acquaro è scomparso per lupara bianca nell’aprile del 1990, mentre Tommaso Mazza di Catanzaro apparteneva al clan dei “Gaglianesi” prima dell’avvio della sua collaborazione con la giustizia.

Non ho conseguito gradi superiori – rivela Iannello – in quanto nel periodo in cui mi doveva essere conferita la dote di “sgarrista” è scoppiata una faida tra il mio gruppo e quello dei Galati di Comparni e quindi questo non è stato più possibile.

Le notizie che ho riferito, anche sulla struttura della ‘ndrangheta, le ho apprese direttamente perchè facevo parte dell’associazione. Inoltre – rimarca Iannello – io ero in diretto contatto, per questioni criminali, con i Mancuso, in particolare ero uomo di fiducia di Mancuso Giuseppe e Luigi Mancuso per i quali ho commesso numerosi reati, anche omicidi per i quali sono stato condannato nel processo c.d. “Tirreno”. Omicidi in cui il mandante era Peppe Mancuso. Il mio avvicinamento ai Mancuso è avvenuto in particolar modo nel periodo successivo alla faida intercorsa tra il mio gruppo e quello dei Galati di Comparni e, nello specifico, a seguito dell’omicidio di mio fratello.  A seguito dell’omicidio di mio fratello – ricorda Iannello – mi sono recato da Luigi Mancuso, il quale mi riferì che l’omicidio era stato effettuato dai Galati e pertanto mi consigliava o di “guardarmi” oppure di procedere personalmente all’eliminazione di questi ed in particolare di Carmine Galati. In realtà, io poi ho capito che queste erano le tipiche strategie dei Mancuso, che quando volevano eliminare un personaggio scomodo preferivano non aggredire direttamente – cosa che se necessario comunque facevano -, ma mettere una famiglia contro l’altra. Infatti in quel periodo i Mancuso mal tolleravano il rapporto tra Galati e gli Anello di Filadelfia ed i Vallelunga di Serra San Bruno, con i quali erano in contrasto”.

Il “locale” di San Giovanni. “Nel 1987 a San Giovanni di Mileto nel attraverso Peppe Mancuso ci veniva riconosciuto il locale ed il territorio di competenza era San Giovanni di Mileto e Mileto. Il capo del locale era Peppe Prostamo, mentre a Mileto la famiglia di riferimento era quello dei Mesiano il cui capo era Francesco Mesiano. I Galati invece comandavano su Comparni.

Andrea Mantella

Le dichiarazioni di Mantella. Anche Andrea Mantella, appartenente al locale di ‘ndrangheta di Vibo Valentia, nel corso della sua collaborazione ha fatto riferimento all’esistenza del locale di ‘ndrangheta di Mileto affermando che lo stesso “è quello di Mesiano Giuseppe, quello ucciso, con a capo Pasquale Pititto. Mesiano aveva una dote di ‘ndrangheta più alta di Pititto, era il capo crimine del luogo. Io – dichiara Mantella – conoscevo Pino Mesiano e conosco due dei suoi figli. Pasquale Pititto, dopo la morte di Giuseppe Prostamo, è diventato il reggente della cosca Prostamo-Pititto di Mileto. Questo lo so per certo in quanto per i lavori dell’autostrada una parte dei proventi, del tratto di Mileto, andarono anche a lui. Questo lo sapevo perché ero fuori io e me lo confermarono sia Damiano Vallelunga che i Bonavota”. Per la cronaca: Giuseppe Prostamo è stato ucciso a San Costantino Calabro l’11 marzo 2011 con cinque colpi di pistola da Francesco Pannace di San Gregorio d’Ippona, a sua volta ritenuto vicino al boss Rosario Fiarè, mentre Pasquale Pititto – cognato di Michele Iannello –  già condannato all’ergastolo nel processo “Tirreno”, dopo un periodo di arresti domiciliari per motivi di salute (si trova sulla sedia a rotelle sin dai primi anni ’90 a seguito di un agguato) è stato rispedito in carcere nell’ambito dell’operazione “Stammer” contro il narcotraffico internazionale.

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