Coronavirus e ritardi: indagini da Chiaravalle a Serra sino a Tropea

La Procura di Catanzaro apre un’inchiesta partendo dalla casa di cura per anziani ed arriva nel Vibonese. Ecco tutti i possibili risvolti della vicenda
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La Corte d'Appello di Catanzaro

Tocca anche il Vibonese, l’inchiesta avviata dalla Procura di Catanzaro per far luce sui decessi per coronavirus degli anziani ricoverati nella casa di cura Domus Aurea di Chiaravalle Centrale. Tredici sinora i morti e si cerca di capire soprattutto come il virus sia arrivato all’interno della casa di cura e se vi siano delle responsabilità penali. L’inchiesta muove da alcune denunce presentate dai familiari degli anziani e dalla richiesta di un medico dell’Asp di Catanzaro che aveva invocato l’immediato ricovero dei contagiati negli ospedali delle province di Catanzaro e Vibo Valentia. La Procura vuole quindi capire se vi siano stati ritardi nei ricoveri ma anche chiarire tanti altri aspetti che riguardano l’agibilità della casa per anziani. [Continua dopo la pubblicità]

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Da Serra a Chiaravalle e viceversa. All’attenzione della Procura di Catanzaro vi è principalmente la verifica della ricostruzione dell’intera vicenda fatta dalla Regione Calabria attraverso una relazione a firma del direttore del Dipartimento delle Politiche sanitarie, Antonio Balcastro. Una relazione che gli inquirenti dovranno verificare per capire quanto sia corretta o se, viceversa, poco affidabile nella ricostruzione degli eventi. Secondo tale relazione della Regione, a portare il virus nella casa per anziani di Chiaravalle sarebbe stata un’infermiera di Serra San Bruno venuta in contatto con il titolare dell’agriturismo (Toni Manno), morto ieri all’ospedale di Vibo Valentia. Più precisamente, l’infermiera giorno 8 marzo ha festeggiato nell’agriturismo di Serra (non erano ancora in vigore le restrizioni governative sul coronavirus e gli spostamenti) il compleanno di una congiunta, venendo così in contatto – secondo la relazione del direttore del Dipartimento Salute della Regione – con il titolare del locale.

Il contagio a Serra. Tale relazione – che ora è al vaglio della Procura di Catanzaro – azzarda poi anche come il coronavirus possa essere arrivato a Serra San  Bruno e come l’ex titolare dell’agriturismo si sarebbe infettato. Secondo il Dipartimento della Salute della Regione Calabria, Toni Manno il 25 febbraio scorso ha partecipato al funerale di un congiunto a Serra San Bruno al quale sarebbero stati presenti alcuni parenti scesi dall’Emilia Romagna. La relazione sbaglia la città di provenienza dei parenti, confondendo Bologna con Modena. Ma fa anche di peggio, ovvero non tiene conto né delle date, di quanto sinora stanno cercando di ricostruire faticosamente – ma con molta più attendibilità – i carabinieri, specie della Compagnia di Serra San Bruno, alla ricerca del paziente zero.

I punti deboli nella ricostruzione della Regione. Primo dato: l’incolpevole infermiera di Serra che lavora nella casa per anziani di Chiaravalle – e che ha festeggiato un compleanno nell’agriturismo l’8 marzo – ha manifestato i sintomi da coronavirus intorno al 25 di marzo e si è subito, con grande senso di responsabilità, messa in quarantena. Se fosse stata contagiata nell’agriturismo, i sintomi – stando a più studi medici sulla materia – si sarebbero dovuti manifestare ben prima, in un arco temporale ricompreso fra i cinque ed i dieci giorni massimo. Secondo dato: non vi è alcuna certezza che lo sfortunato 67enne Toni Manno sia il “paziente zero” che ancora i carabinieri stanno infatti cercando, così come non vi è alcuna certezza che sia stato contagiato nel corso del funerale del 25 febbraio, né che qualcuno dei parenti scesi da Modena fosse portatore del virus. Da ricordare che risaliva al 17 marzo la sua visita all’ospedale “San Bruno” e, dopo aver lamentato sintomi sospetti ed essere stato tenuto per tre giorni in una stanza del Pronto soccorso di Serra, era stato trasferito all’ospedale di Vibo dove è poi deceduto nella giornata di ieri.

Da tenere poi ben in considerazione che il primo caso di coronavirus scoperto nella casa per anziani di Chiaravalle risale solo al 24 marzo e nella relazione della Regione Calabria non si fa alcun riferimento a nuovi ingressi nella struttura avvenuti fra il 9 ed il 12 marzo: due pazienti provenienti dall’ospedale “Pugliese” di Catanzaro ed uno da Vallefiorita.

L’ospedale di Tropea ed il mancato ricovero. E’ fra il 30 ed il 31 marzo che si rende necessario trasferire nel più breve tempo possibile gli anziani da Chiaravalle negli ospedali della regione. Vengono così individuati anche gli ospedali di Lamezia Terme, Soverato e Tropea. Ed è qui che l’inchiesta della Procura di Catanzaro dovrà dare più di qualche risposta: nessuno dei 50 e passa pazienti finisce nei tre nosocomi in precedenza individuati e passano altre 48 ore per individuare quale destinazione finale il Policlinico di Catanzaro dove i pazienti provenienti dalla casa di riposo di Chiaravalle arrivano fra il 2 ed il 3 aprile. Ritardi che potrebbero integrare più di un’ipotesi di reato.

Il commissario Asp di Vibo Giuseppe Giuliano

A Tropea e dintorni per il mancato arrivo degli anziani da Chiaravalle sono stati in molti a tirare un “sospiro di sollievo” sostenendo che il locale ospedale non è in grado attualmente di ricevere e curare – per carenza di uomini e mezzi – i pazienti affetti da coronavirus. Neanche uno? (ci chiediamo). Ed è davvero così? E’ qui che l’inchiesta della Procura di Catanzaro potrebbe riservare più di qualche sorpresa e far cadere più di qualche “testa”. Non è poi affatto escluso che del “caso” si possa presto occupare anche la Procura di Vibo Valentia guidata dal procuratore Camillo Falvo. Ne spieghiamo i motivi. Il 13 marzo scorso il commissario dell’Asp di Vibo Valentia, Giuseppe Giuliano, ha dichiarato ai microfoni di LaCnews24: «Sono stati attivati già dalla giornata di ieri cinque posti letto per la terapia sub-intensiva all’ospedale di Vibo. D’accordo con la Regione Calabria abbiamo poi deciso di distribuire circa 25 posti letto fra Tropea (10), Serra San Bruno (5) e Vibo stessa (altri 10). L’ospedale di Tropea, nel caso in cui l’emergenza dovesse aggravarsi, sarà destinato ai contagiati. Lì potremo destinare loro – aveva concluso il dg dell’Asp di Vibo – circa 40 posti letto».

L'Asp di Vibo

A che punto si trova, dunque, l’ospedale di Tropea con i posti letto destinati ai contagiati da coronavirus promessi il 13 marzo? Come mai allo stato non vi è nessun paziente ricoverato affetto da coronavirus a differenza dell’ospedale di Vibo dove vengono trasferiti i pazienti provenienti da Serra e Fabrizia? Dal 13 marzo ad oggi quanti uomini e mezzi sono stati destinati all’ospedale di Tropea per far fronte ad una possibile emergenza da coronavirus? Davvero ad oggi, come molti paventano, il locale ospedale non sarebbe in grado di ricevere o curare nessun paziente affetto da coronavirus? Se a tali domande le risposte dovesse fornirle la sola magistratura, e non la politica e chi gestisce la sanità in Calabria, più di qualcuno sarebbe allora costretto ad affidarsi ad un buon avvocato. E in questa storia di ritardi, inadeguatezze ed emergenze continue, c’è da scommetterci che siamo ancora solo all’inizio.

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