Rinascita-Scott: la rete relazionale e gli incontri riservati del boss Luigi Mancuso

La “politica” di riappacificazione con i familiari e gli altri clan, i summit e le riunioni a casa del prete con l’avvocato Pittelli e uomini del Reggino
La “politica” di riappacificazione con i familiari e gli altri clan, i summit e le riunioni a casa del prete con l’avvocato Pittelli e uomini del Reggino
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Luigi Mancuso

Ricostruisce diversi summit ed incontri a cui ha partecipato il boss di Limbadi, Luigi Mancuso, 66 anni, l’operazione Rinascita-Scott. Scarcerato nel luglio del 2012 dopo 19 anni di detenzione per scontare condanne definitive per associazione mafiosa e narcotraffico al termine del processi nati dalle operazioni “Tirreno” (Dda di Reggio Calabria) e “Count down” (Dda di Milano, Luigi Mancuso una volta uscito dal carcere avrebbe seguito una “politica” di riappacificazione sia all’interno della propria famiglia con il ramo del clan guidato dal nipote Giuseppe Mancuso (cl. ’49), alias Peppe ‘Mbroghija” (detenuto dal 1997 per scontare 30 anni di reclusione), sia con gli altri clan del Vibonese. [Continua]

Pasquale Gallone

La scelta del “braccio-destro”. A testimoniare la rinnovata unità tra i due vertici del clan (Luigi e Giuseppe Mancuso, specie dopo il decesso nel 1997 dello storico patriarca e fondatore del clan, Francesco (Ciccio) Mancuso (cl. ’29), fratello di Luigi), vi è inoltre il fatto che Luigi Mancuso è andato a scegliere come proprio braccio destro e come uomo di fiducia che lo avrebbe rappresentato all’esterno quale unico portavoce durante il periodo di latitanza volontaria, Pasquale Gallone di Nicotera.  Quest’ultimo, infatti, è fratello di Giuseppe Gallone, ritenuto “lo storico favoreggiatore della latitanza di Giuseppe Mancuso (durante le indagini del procedimento “Tirreno”), nonché padre di Antonio Gallone, ovvero dello sposo atterrato in elicottero a Nicotera a due passi dal castello (settembre 2016) insieme alla sposa Aurora Spasari, figlia di Vincenzo Spasari a sua volta indagato quale personaggio vicino a Luigi Mancuso.

Giuseppe Rizzo

I contatti con il Reggino ed il ruolo di Rizzo. Una volta uscito dal carcere, al suo servizio si sarebbe posto Giuseppe Rizzo, 38 anni, di Nicotera. “Una volta scarcerato – scrive il gip – Luigi Mancuso manteneva i suoi rapporti con le principali famiglie mafiose del reggine, quali i Coluccio di Siderno, gli Alvaro e i Polimeno di Sinopoli. Sono documentati, infatti, i sistematici summit avvenuti tra Luigi Mancuso e i principali esponenti delle cosche menzionate, anche nel periodo in cui Luigi Mancuso si rendeva irreperibile. Quanto ai rapporti con i Coluccio, essi sono stati favoriti dalla continua disponibilità di Giuseppe Rizzo (classe 1982), il quale oltre a farsi latore delle ambasciate per conto dello zio, favoriva materialmente gli incontri facendo da autista per il boss”.

Certo è che nel periodo in questione, Luigi Mancuso – già attorniato da persone di stretta fiducia – ha potuto contare sulla “vicinanza e sulla fedeltà di alcuni membri del sodalizio, quale Pasquale Gallone, Giovanni Giamborino di Piscopio e, tra gli insospettabili, l’avvocato Giancarlo Pittelli.

Pantaleone Mancuso (Scarpuni)

La pace con i due Pantaleone Mancuso. Luigi Mancuso, una volta uscito dal carcere, si sarebbe quindi avvicinato anche ad altri due nipoti omonimi che nel periodo della sua detenzione si erano a loro volta riappacificati spartendosi il territorio di Nicotera: la zona Marina ricaduta sotto il controllo di Pantaleone Mancuso, detto “Scarpuni”, Nicotera superiore ricaduta sotto il controllo del cugino Pantaleone Mancuso, detto “l’Ingegnere”. Luigi Mancuso, uscito di galera, si sarebbe quindi preoccupato di non abbandonare in carcere Pantaleone Mancuso al quale durante la sua detenzione durata 19 anni aveva passato le consegne per la gestione di alcuni suoi affari. Abbandonata la “politica” di scontro armato portata avanti da Pantaleone Mancuso (Scarpuni) contro altri clan del Vibonese, Luigi Mancuso ha fatto partecipare ad un pranzo a casa sua anche l’altro nipote: Pantaleone Mancuso, detto “l’Ingegnere”, padre del collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso. “Un simile approccio nella gestione delle relazioni e negli affari di ‘ndrangheta denota l’insuperato carisma criminale del boss Luigi Mancuso, ben consapevole del fatto che una politica criminale improntata alla “guerra”, che genera “risse”, che alimenta discordia e contrasti è intrinsecamente fragile e – sottolinea il gip – mette a repentaglio la solidità del gruppo criminale sia dall’interno che dall’esterno”.

Pantaleone Mancuso (l’Ingegnere)

Gli incontri di Luigi Mancuso. Dalle attività tecniche e dai paralleli servizi di osservazione controllo e pedinamento sono documentati i molteplici incontri che Luigi Mancuso, durante lo stato di irreperibilità nel 2017, ha intrattenuto con i suoi sodali più fidati. “Spezzettando gli spostamenti e lasciando le autovetture in posti lontano da quello stabilito per la riunione”, è stata infatti documentata a Joppolo, in contrada Bonello, una riunione a casa di Gaetano Molino (sposato con Silvana Mancuso) alla quale hanno preso parte Luigi Mancuso, il Molino, Pasquale Gallone, Domenico Cangemi, e Pantaleone Mancuso detto l’ingegnere”.

L’avvocato Giancarlo Pittelli

L’incontro con Razionale a casa del prete di Limbadi. “Il boss Luigi Mancuso, durante la sua irreperibilità, sfruttando reti di fidatissimi sodali, anche appartenenti alle cosche reggine – come il Cangemi – la lealtà dei propri uomini fidati, continuava a impostare le proprie direttive unitamente ai capi cosca di altre consorteria che con quella di Limbadi dovevano relazionarsi. Appare significativo – rimarca il gip – che tra gli uomini di più stretta fiducia compaia l’avvocato Giancarlo Pittelli che è presente ad alcune di queste riunioni, giungendo sempre sul posto con l’aiuto di Giovanni Giamborino. Il secondo incontro era avvenuto, come si ricava dalle stesse parole del Giamborino, il 25 o 26 agosto 2017 , questa volta a casa del prete di Limbadi, a cui aveva preso parte anche Saverio Razionale”.

Giovanni Mancuso

Da ulteriori approfondimenti investigativi si è poi appreso che a tale riunione in un immobile nella disponibilità del “prete di Limbadi”, oltre al boss di San Gregorio d’Ippona, Saverio Razionale, sarebbero stati presenti anche i boss Antonio e Giovanni Mancuso, fratelli più grandi di Luigi Mancuso. Importante, per i carabinieri e la Dda, è anche la figura di Domenico Gangemi di Gioia Tauro (non indagato in Rinascita-Scott) che viene ritenuto vicino al clan Piromalli e sulla “cui accertata posizione in seno alla consorteria – scrive il gip – rivelano le emergenze processuali a suo carico, essendo già stato condannato per associazione mafiosa, appartenendo alla cosca “Piromalli-Molé”, nipote di Antonio Molè, uno dei vertici della consorteria”.

Gianfranco Ferrante

Il gip sottolinea a tal proposito “un incontro con Gangemi a Vibo presso il “Cin Cin bar” di Gianfranco Ferrante documentato il 2 febbraio 2016, al quale risulta partecipare anche Rocco Delfino, Emanuele La Malfa, Vincenzo Barba e Ferrante”, tutti indagati in Rinascita-Scott. “Degno di menzione – rimarca sempre il gip – altro incontro che avviene all’interno del Cin-Cin bar tra Gianfranco Ferrante, Salvatore Bulzomì – candidato alle regionali del 2014, sostenuto – scrive il giudice – dalla cosca Mancuso, Emanuele La Malfa, Rocco Delfino, Domenico Gangemi e Domenico Giovanni Arena, il 4 settembre 2014. L’incontro è stato monitorato attraverso le riprese video e le intercettazioni”. Domenico Cangemi (nipote di Antonio Molè di Gioia Tauro, patriarca dell’omonimo clan, e fratello di Antonio Gangemi, quest’ultimo condannato per associazione mafiosa -clan Piromalli – e concorso in omicidio e deceduto in carcere nel 1993), Salvatore Bulzomì e l’imprenditore Domenico Arena, quest’ultimo all’epoca dei fatti coordinatore provinciale di Forza Italia a Vibo Valentia e poi passato ad Azione Nazionale, non sono indagati nell’inchiesta Rinascita-Scott.