‘Ndrangheta: ritorna in libertà il boss di Tropea Antonio La Rosa

La Corte d’Appello di Catanzaro accoglie l’istanza del difensore e scarcera il capobastone dell’omonimo clan. E’ stato condannato a 6 anni nell’operazione “Peter Pan”

La Corte d’Appello di Catanzaro accoglie l’istanza del difensore e scarcera il capobastone dell’omonimo clan. E’ stato condannato a 6 anni nell’operazione “Peter Pan”

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Revocati gli arresti domiciliari, e sostituiti con il solo obbligo di dimora nel comune di residenza, nei confronti di Antonio (Tonino) La Rosa, 55 anni, alias “Ciondolino”, ritenuto il boss numero uno dell’omonimo clan della ‘ndrangheta di Tropea. La decisione è della Corte d’Appello di Catanzaro (giudici Marco Petrini, consiglieri Vincenzo Galati e Domenico Commodaro) che ha accolto un’istanza dell’avvocato Francesco Stilo volta ad ottenere la revoca degli arresti domiciliari in atto o la loro sostituzione con misura meno gravosa.  Pur non essendo decorsi i termini massimi di custodia cautelare per l’operazione antimafia “Peter Pan” che lo vede coinvolto, i giudici hanno ritenuto attenuate le esigenze cautelari alla luce della durata della misura cautelare già patita e dell’esito del giudizio della Cassazione che il 27 aprile scorso ha confermato la responsabilità di Antonio La Rosa per il reato di tentata estorsione (condannato a 6 anni), ma ha annullato con rinvio limitatamente alle contestate aggravanti nel reato.

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La sentenza di condanna in secondo grado era stata emessa per Tonino La Rosa (e per i fratelli Pasquale e Francesco, oltre che per i cugini Salvatore e Francesco cl. ’74) il 30 giugno 2015 dalla Corte d’Appello di Catanzaro, presieduta dal giudice Giancarlo Bianchi. Il 27 aprile scorso, quindi, l’annullamento con rinvio per il solo Antonio La Rosa limitatamente alle sole contestate aggravanti nel reato di tentata estorsione.

 Le inchieste “Peter Pan” e “Rocca Nettuno” hanno permesso di ricostruire l’operatività di uno dei clan più temuti del Vibonese, con Antonio La Rosa che, unitamente ai fratelli Francesco (alias “U Bimbu”) e Pasquale avrebbe operato su Tropea-paese monopolizzando il settore dei lavori pubblici e controllando nella principale località turistica della provincia di Vibo Valentia e della Calabria ogni attività illecita. Salvatore La Rosa (cugino di Antonio, Francesco e Pasquale), dopo aver scontato parzialmente una condanna definitiva quale esecutore materiale dell’omicidio del barone Carlo Antonio Cordopatri, ucciso a Reggio Calabria su mandato dei Mammoliti di Castellace di Oppido Mamertina, si sarebbe invece posto alla guida dell’articolazione del clan La Rosa operante nella zona della Marina di Tropea.

 Già condannato in via definitiva. Antonio La Rosa ha già riportato una condanna definitiva per associazione mafiosa, che lo riconosce quale capo dell’omonima cosca di Tropea, nell’operazione antimafia denominata “Odissea” scattata nel settembre del 2006. Per tale inchiesta, Antonio La Rosa ha già scontato interamente la pena. Resta invece tuttora imputato per usura dinanzi al Tribunale collegiale di Vibo Valentia nel processo nato dall’operazione denominata “Caorsa”, condotta inizialmente dalla Dda di Catanzaro, ma trasferita nel 2009 a Vibo dopo la caduta delle aggravanti mafiose per gli imputati. Fra cambi di Collegio e giudici incompatibili, il processo è ancora lontano dalla sentenza. Nel frattempo, Tonino La Rosa, alias “Ciondolino” (in stretti rapporti con l’articolazione del clan Mancuso facente capo a Pantaleone Mancuso, alias “Scarpuni”) da oggi è libero di circolare nella sua roccaforte: Tropea.

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