Autobomba di Limbadi, Gratteri: «Matteo Vinci è morto perché non si è piegato» – Video

Così il procuratore capo della Dda di Catanzaro in conferenza stampa dopo l’arresto degli esecutori materiali dell’omicidio del 42enne fatto saltare in aria il 9 aprile 2018
Così il procuratore capo della Dda di Catanzaro in conferenza stampa dopo l’arresto degli esecutori materiali dell’omicidio del 42enne fatto saltare in aria il 9 aprile 2018
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«Dal giorno in cui è scoppiata la bomba che ha ucciso Matteo Vinci e ferito il padre, non ci siamo mai fermati. Avevamo preso i mandanti, ma per chiudere il cerchio, dovevamo individuare gli autori materiali». Così il procuratore antimafia di Catanzaro Nicola Gratteri alla conferenza stampa indetta al Comando provinciale di Vibo Valentia. Illustra i dettagli dell’inchiesta Demetra 2 che ha portato all’arresto degli esecutori materiali dell’omicidio di Matteo Vinci, il biologo di 42 anni dilaniato da un’autobomba il 9 aprile del 2018.

«L’indagine sulla morte di Matteo Vinci ha permesso di fare luce su una rete di spaccio di sostanze stupefacenti». Antonio Criniti e Filippo De Marco –  che secondo l’accusa, avrebbero fabbricato e materialmente piazzato la bomba – facevano parte di un’organizzazione dedita allo spaccio di droga. I due, avevano un debito di 7mila euro con i Mancuso che hanno pagato con il sangue. Dovevano morire entrambi, padre e figlio, e invece Francesco Vinci, seppur gravemente ferito, riuscì a sopravvivere.

Un debito di droga da estinguere e un terreno da scippare a una famiglia perbene che proprio non voleva piegarsi alle loro regole. «Doveva essere eclatante l’agguato. Spettacolare. Doveva terrorizzare la comunità del vibonese. Perché i Mancuso dovevano rivendicare la loro supremazia».

 «La colpa di Matteo Vinci – ricorda il procuratore di Catanzaro – è stata quella di non essersi piegato al giogo della ‘ndrangheta e di aver difeso quel pezzo di terreno che aveva permesso alla sua famiglia di mantenerlo negli studi per offrirgli un futuro migliore. Ha reagito alla violenza e alla sopraffazione mafiosa, Matteo. Si è ribellato a quella ‘ndrangheta di serie A. E a questa ‘ndrangheta noi abbiamo risposto con investigatori e magistrati di serie A: Antonio De Bernardo, Annamaria Frustaci e Andrea Mancuso. Con loro mi confronto ogni giorno. Vibo e Crotone, sono le due province che ho deciso di seguire personalmente». E poi annuncia nuovi rinforzi: «Presto su Vibo potrebbe arrivare un quarto pubblico ministero».

Gli arrestati

Ad Antonio Criniti e Filippo De Marco vengono contestati anche diversi episodi di cessione di stupefacenti e il reato associativo finalizzato al narcotraffico. Oltre a Pantaleone Mancuso, nuova ordinanza di custodia cautelare in carcere anche per Vito Barbara, 30 anni, genero di Rosaria Mancuso. Arrestato anche Domenico Bertucci, 27 anni, di Spadola. Nell’inchiesta sono coinvolti pure soggetti di Rosarno come il 34enne Giuseppe Consiglio, finito ai domiciliari, e Salvatore Paladino, 60 anni, anche lui di Rosarno. Indagato a piede libero Alessandro Mancuso, 22 anni, di Limbadi.

Sibilia: «Fondamentale non abbassare l’attenzione»

«Con l’operazione Demetra 2, i Carabinieri di Vibo Valentia e Reggio Calabria hanno arrestato i due uomini accusati di essere gli esecutori dell’omicidio di Matteo Vinci a Limbadi. Su Limbadi è fondamentale non abbassare l’attenzione».  Lo dice il sottosegretario all’Interno Carlo Sibilia. «Un anno fa, proprio nel piccolo comune calabrese, ho partecipato – aggiunge – all’inaugurazione di un centro di formazione aperto da Libera in un bene confiscato alla ‘ndrangheta. Un’occasione importante in cui, con le altre istituzioni, ho ribadito quanto istruzione e cultura siano mezzi fondamentali per sconfiggere le mafie. In quella circostanza ho anche incontrato i Carabinieri della Stazione di Limbadi e del provinciale di Vibo Valentia. Ho avuto modo di toccare con mano l’impegno e la passione profusa in un territorio gravemente ferito dalle organizzazioni mafiose. Dopo due anni – continua –  si chiude il cerchio intorno ai due mafiosi che, secondo la Dda di Catanzaro diretta da Nicola Gratteri, fabbricarono e piazzarono la bomba nell’auto del Caporalmaggiore».