Operazione “Odissea” a Vibo: usura ai coniugi Grasso, dopo cinque anni fissato l’appello

Il processo approda dinanzi alla Corte d’Appello di Catanzaro. In primo grado gli 8 imputati sono stati tutti assolti "perchè il fatto non sussiste"

Il processo approda dinanzi alla Corte d’Appello di Catanzaro. In primo grado gli 8 imputati sono stati tutti assolti "perchè il fatto non sussiste"

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Approda in appello dopo ben cinque anni, il troncone del processo nato dall’operazione denominata “Odissea” concluso in primo grado il 25 settembre 2012 con otto assoluzioni “perché il fatto non sussiste”. Un’operazione portata a termine nel settembre del 2006 dalla Dda di Catanzaro e dalla Squadra Mobile di Vibo Valentia, ma i cui atti erano finiti alla Procura vibonese dopo che il gup distrettuale, Antonio Giglio, nel rinviare a giudizio nel maggio del 2007 sei imputati con le accuse di usura ed estorsione aggravate dall’art. 7 della legge antimafia (modalità mafiose) si era al contempo dichiarato incompetente in ordine alle posizioni di 22 imputati nei confronti dei quali non aveva ritenuto la sussistenza delle aggravanti del metodo mafioso nelle contestazioni dei reati loro ascritti.

Da qui il trasferimento degli atti dalla Dda alla Procura di Vibo che, con gli allora sostituti procuratori Enrica Medori e Simona Cangiano, aveva provveduto ad inoltrare la richiesta di rinvio a giudizio. Alcuni imputati avevano poi optato per il rito ordinario, altri sei il 30 gennaio 2012 erano stati assolti al termine del rito abbreviato e due, infine, condannati.

Le 8 assoluzioni decretate dal gup, Gabriella Lupoli, al termine del processo celebrato con rito abbreviato (l’allora pm Santi Cutroneo aveva chiesto la condanna per tutti a 6 anni di reclusione a testa) sono state appellate dalla Procura e dopo cinque anni è stato fissato ora il processo d’appello che inizierà il 22 febbraio 2018.

In tale data dinanzi alla Corte d’Appello di Catanzaro dovranno comparire i seguenti imputati (tutti assolti in primo grado): Paolo Lo Bianco, 54 anni, di Vibo Valentia (avvocati Vincenzo Gennaro e Giancarlo Pittelli); Salvatore Sorrentino, 59 anni, di Vena Superiore (avvocati Giuseppe Di Renzo e Alfredo Gaito); Giuseppe Francesco Niglia, 69 anni, di Briatico (avvocati Francesco Muzzupappa e Antonio Porcelli); Filippo Gerardo Gentile, 62 anni, di Zambrone (avvocati Francesco Sabatino e Giuseppe Bagnato); Antonio Tripodi, 53 anni, di Porto Salvo (avvocato Anselmo Torchia); Giuseppe Sicari, 55 anni, di Paradisoni di Briatico (avvocati Pantaleone Moisè e Francesco Gambardella); Nicolino Pantaleone Mazzeo, 47 anni, di Mesiano di Filandari (avvocati Francesco Stilo e Antonio Foti); Alessandro Ventre, 49 anni, di Vena Superiore (avvocato Antonio Crudo). 

Tutti gli imputati sono chiamati a rispondere, a vario titolo, dei reati di usura ed estorsione ai danni dell’imprenditore di Briatico Giuseppe Grasso e della moglie Francesca Franzè, in un arco temporale ricompreso fra il 1993 al 2005. I due coniugi sono divenuti in seguito testimoni di giustizia. 

Le accuse. In particolare, secondo l’accusa, sin dal 1995 Salvatore Sorrentino avrebbe corrisposto a Giuseppe Grasso e Francesca Franzè una somma complessiva di 600mila euro ad un tasso mensile del 10%, mentre le somme corrisposte da Antonio Tripodi, ad iniziare dal 1993 ed al medesimo tasso usurario, ammonterebbero a 200mila euro. Una somma complessiva fra i 40 ed i 50mila euro sarebbe poi stata erogata, secondo l’accusa, ai coniugi Grasso-Franzè da Francesco Giuseppe, detto “Pino”, Niglia sin dal 2002, contestazione caduta al pari di quella per la quale doveva rispondere Nicolino Pantaleone Mazzeo che, secondo l’ipotesi d’accusa, avrebbe operato come intermediario fra i Grasso e Giuseppe Accorinti di Zungri (quest’ultimo sotto processo con il rito ordinario). La contestazione rivolta a Paolo Lo Bianco riguarda invece una somma pari a 9mila euro con un’applicazione, stando all’accusa poi caduta, di un tasso usurario superiore al 10% mensile.

Identico ipotetico tasso usuraio anche nella contestazione mossa ad Alessandro Ventre, andato assolto in primo grado dall’accusa di aver corrisposto ai coniugi Grasso-Franzè 17mila euro trattenendosi 3mila euro a titolo di interesse. Giuseppe Sicari è invece accusato di aver prestato ai Grasso “una somma di denaro imprecisata, pari comunque a centinaia di migliaia di euro” con un tasso del 10% mensile, mentre Filippo Gerardo Gentile “in cambio di diverse prestazioni di denaro elargite a Grasso Giuseppe e Franzè Francesca, per una somma complessiva pari a 150mila – 200mila euro, si faceva dare e promettere interessi usurari calcolati ad un tasso mensile variabile dal 5 al 10% mensile da considerarsi usurario”. Anche tale accusa, però, è caduta “perché il fatto non sussiste”.

Le motivazioni delle assoluzioni. Il gup del Tribunale di Vibo, Gabriella Lupoli, nelle motivazioni del verdetto di primo grado aveva rimarcato che essendo i Grasso-Franzè parti civili e dunque “portatori di pretese economiche”, la loro attendibilità era stata sottoposta “ad un vaglio più rigoroso rispetto alla sola credibilità soggettiva”, poiché la Cassazione prevede l’opportunità che le dichiarazioni delle parti offese siano accompagnate dal riscontro “con altri elementi”. Il giudice aveva così ravvisato nel narrato dei Grasso-Franzè “un’inattendibilità intrinseca”, con “molteplici imprecisioni – è scritto nella sentenza – contraddizioni e volontarie omissioni su aspetti salienti e non trascurabili come l’ammontare dei prestiti, la preesistenza di altri leciti rapporti di credito con taluni imputati, l’inesistenza di condizioni per partecipare a gare pubbliche”.