Scontro diocesi-Fondazione di Natuzza, il vescovo Renzo blocca l’assemblea

Con una propria Disposizione canonica il presule di Mileto ha intimato di non procedere alla seduta dei soci fondatori che avrebbe dovuto surrogare i componenti dimissionari. L’ex presidente Colloca: “Non torno indietro”

Con una propria Disposizione canonica il presule di Mileto ha intimato di non procedere alla seduta dei soci fondatori che avrebbe dovuto surrogare i componenti dimissionari. L’ex presidente Colloca: “Non torno indietro”

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Si è giunti a un punto di non ritorno, nello scontro in atto tra diocesi e Fondazione “Cuore Immacolato di Maria Rifugio delle Anime” di Paravati, susseguente alle mancate riforme dello statuto richieste dal vescovo Luigi Renzo in vista della consacrazione della Grande chiesa. 

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Con una propria perentoria Disposizione canonica, il presule miletese, “dopo aver a lungo pregato e tutto bene considerato”,  ha intimato alla realtà voluta dalla mistica con le stigmate Natuzza Evolo per la realizzazione della Villa della Gioia, di non procedere allo svolgimento dell’assemblea dei soci fondatori chiamata ad eleggere i tre componenti del collegio dei revisori e i sette membri del direttivo dimessisi per protesta o perché costretti (è il caso dell’ex presidente Pasquale Barone e del tesoriere padre Michele Cordiano) in seguito all’incancrenirsi della vicenda. 

Il consiglio d’amministrazione è composto, in totale, da dieci membri. Per monsignor Renzo, evidentemente supportato dalla commissione chiamata dalla Conferenza episcopale calabra a cercare di aiutare le parti a dirimere la questione, la convocazione dell’assemblea è palesemente illegittima, in quanto ordinaria e non straordinaria come richiede la gravità del caso. Da qui, “dopo aver a lungo riflettuto sul rapporto dialogante da me tenuto in oltre due anni con il Cda della Fondazione”, il provvedimento di sospensione della convocazione della riunione di sabato da parte del vescovo, avvalendosi “dei poteri di cui alla legge 222/85 e ai cann. 305 1 e 2 e 323del C.J.C.”. 

Nella lettera, tuttavia, il presule lascia uno spiraglio aperto, sottolineando di “voler ancora dialogare e derogare dal trasmettere al ministero dell’Interno il mio decreto di revoca della precedente approvazione dello Statuto emesso il 1 agosto del 2017 e quindi al fine di evitare di mandare in liquidazione la Fondazione, a discapito della stessa immagine di Mamma Natuzza, che certamente non merita questo trattamento e non sta per nulla godendo per questa irragionevole resistenza alla Chiesa da parte di codesta Fondazione”.  

E, ancora, aggiungendo di sentire il dovere, “per amore a Natuzza e alla sua opera”, di dialogare perché “si addivenga da chiunque ha a cuore la causa della soluzione canonicamente e civilmente corretta già raggiunta dopo due anni di comune lavoro e approvata dal Cda a maggioranza il 25 agosto del 2017 e poi confermata dal successivo Cda del 13 settembre. Infine, monsignor Renzo esorta ad una seria e cristiana riflessione “perché il buon nome e la fama di cui gode Natuzza non vengano deturpati in alcun modo e torni nella Fondazione la serenità e la pace”.   

La sospensione dell’assemblea è stata intrapresa, dopo che tra l’altro il vescovo con nota dell’8 gennaio del 2018 aveva sottolineato l’illegittimità della convocazione e richiesto al presidente ad interim Marcello Colloca di ritirare le sue dimissioni. Ascoltato da “Il Vibonese”, anche nelle scorse ore il presidente uscente ha ribadito la sua ferma intenzione a non fare passi indietro e a non recedere dalla sua decisione. L’assemblea era stata convocata per il pomeriggio di sabato prossimo, tra l’altro quasi nello stesso momento in cui monsignor Renzo nella sede del “Cantiere musicale internazionale” di Mileto presenterà la sua ultima fatica letteraria “La Valle delle grandi pietre”.  Rimane l’attesa per le decisioni che saranno prese all’interno della Fondazione. La convinzione, in tal senso, sarebbe che l’atto del vescovo sia palesemente illegittimo, in quanto si parla di un Ente privato. Da qui a sancire lo strappo definitivo però ce ne passa, anche perché in caso di ulteriore disobbedienza alle disposizioni del presule tutto diverrebbe maledettamente difficile… per non dire insormontabile.      

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