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L'operazione antidroga della Dda di Catanzaro e della Guardia di Finanza ridisegna i nuovi equilibri mafiosi sulla cittadina normanna e le sue frazioni

Cronaca

Dedica un intero capitolo all’attività di spaccio di droga su Mileto l’ordinanza dell’operazione “Stammer 2 – Melina” che ha portato a 25 nuovi arresti ed a complessivi 46 indagati. 

Secondo le risultanze investigative Fortunato Baldo, 23 anni, Gianluca Pititto, 22 anni, Giuseppe Pititto, 26 anni, Claudio Tortora, 38 anni, e Antonio Prostamo, 29 anni, avrebbero avuto il compito di vendere la marijuana sul territorio di Mileto e nella frazione di San Giovanni. Salvatore Pititto, padre di Giuseppe e Gianluca - ma anche del minorenne Alex Pititto, reo confesso dell’omicidio lo scorso anno di Francesco Prestia Lamberti - avrebbe rifornito i figli di stupefacente da spacciare sul territorio, mentre il boss Pasquale Pititto, 50 anni, cugino di Salvatore e a capo del clan Pititto, avrebbe avuto il compito di sovrintendere alle attività criminali del gruppo, impartendo disposizioni in merito alle stesse.

Il tutto in un arco temporale che va da novembre 2015 a novembre 2016.

Lo spaccio a Mileto ed il circolo “Le Iene”. Mentre Salvatore Pititto avrebbe curato il management della droga, provvedendo a rifornire puntualmente sia i committenti calabresi, sia gli avventori dislocati in altri ambiti territoriali, anche extraregionali, la gestione dello spaccio sulla piazza di Mileto sarebbe stata demandata, in via esclusiva, ai figli Gianluca e Giuseppe, oltreché a Fortunato Baldo, soggetto quest’ultimo fiduciario di primo piano di Salvatore Pititto, i quali utilizzavano il circolo ricreativo “Le Iene” di via Naccari come base logistica di stoccaggio e vendita del narcotico approvvigionato da Salvatore Pititto.

La “piazza” di Mileto ed il pestaggio di Tortora. Emblematico, in tal senso, un episodio avvenuto nel novembre del 2015, allorquando Giuseppe Pititto ed il fratello Gianluca rivendicavano la “loro” piazza di spaccio con metodi tipicamente mafiosi, forti dell’appartenenza alla cosca egemone su Mileto capeggiata da Pasquale Pititto. I due, infatti, avrebbero malmenato Carlo Tortora, 28 anni, di Mileto, “ritenuto vicino ai Mancuso di Limbadi”, reo di aver perpetrato la vendita dello stupefacente, sconfinando nella zona di loro competenza. Dopo il brutale pestaggio, quindi, i Mancuso avrebbero mandato un proprio emissario a Mileto per chiarire l’episodio con Salvatore Pititto. 

L’attività di intercettazione, suffragata dalle deposizioni testimoniali di Oksana Verman, l’ucraina residente a Vibo in via Gagliardi e legata sentimentalmente a Salvatore Pititto, e dal certificato medico acquisito dagli investigatori all’ospedale di Vibo all’indomani del pestaggio, comprovava la veridicità di quanto accaduto. Al riguardo, la Verman dichiarava: “Ricordo che poco tempo fa i figli di Pititto, Gianluca e Giuseppe, hanno picchiato un ragazzo di Mileto che gli faceva concorrenza nella cessione della droga, perché gli fregava i clienti. So che Pititto Salvatore poi li è andati ad avvisare di non dire nulla e non denunciare. Mi disse che quelli erano clienti del figlio Giuseppe, sin da quando aveva 15 anni, clienti che poi aveva ceduto, sempre come clienti per la cessione dello stupefacente, al fratello Gianluca perché Giuseppe era passato a gestire le cose con il padre, mentre Gianluca si occupava di quella parte di spaccio…”

Colombiani e albanesi ospitati a Vibo e Mileto. I “giovani” del clan di Mileto avrebbero provveduto quindi alla commercializzazione dello stupefacente sul territorio adoperandosi altresì nella gestione degli emissari del Cartello colombiano e del sodalizio criminale albanese, inviati in Italia a garanzia delle importazioni ed ospitati proprio a Vibo Valentia (a casa di Oksana Verman, amante di Salvatore Pititto) ed a Mileto e per i quali garantivano, tra l’altro, continuità nella circolarità delle informazioni tra i sodalizi in affari.

La ripartizione dei compiti. Gianluca Pititto e Fortunato Baldo provvedevano – secondo l’accusa - direttamente alla vendita del narcotico, con Giuseppe Pititto, poiché allocato ad un livello immediatamente superiore, a sovrintendere all’attività dei due. Lo stupefacente venduto da Gianluca Pititto e Fortunato Baldo sarebbe stato reperito da Salvatore Pititto, il quale in più occasioni avrebbe lamentato alla sua amante Oksana Verman l’incompetenza del figlio nella gestione dell’illecita attività, “mostrandosi sovente assai superficiale”; Oksana Verman sul punto ha riferito che: “Salvatore Pititto diceva che Fortunato Baldo si lamentava del fatto che Gianluca Pititto vendeva la droga e non gli dava la sua parte. Altre volte Salvatore Pititto si lamentava del fatto che il figlio Gianluca prendeva lo stupefacente e, dopo averlo venduto, non glielo pagava”.

Quanto anzidetto veniva confermato, altresì, dalle “confessioni” rese in diverse occasioni da Salvatore Pititto ad Oksana Verman e captate all’interno dell’abitazione di Vibo Valentia della donna.

Gli assetti mafiosi a Mileto. Fondamentale per capire i nuovi assetti criminali a Mileto si sarebbe rivelato l’episodio in cui un giovane del posto, tale Salvatore, aveva ceduto dell’erba ad un cliente dei fratelli Pititto, stupefacente che Giuseppe Pititto “riusciva ad intercettare e recuperare”. In merito alla provenienza dello stesso, Salvatore, dopo essere stato fermato da Giuseppe Pititto e condotto in una zona di campagna alla periferia di Mileto, avrebbe affermato che la marijuana gli era stata fornita da Antonio Prostamo per la successiva vendita.

A questo punto, Giuseppe Pititto, unitamente al suo interlocutore, si sarebbe recato a San Giovanni di Mileto per incontrare proprio Antonio Prostamo che, nell’occasione, avrebbe confermato quanto prima riferito dallo stesso Salvatore a Giuseppe Pititto.

Antonio Prostamo è il figlio di Nazzareno Prostamo, quest’ultimo di recente condannato in appello nel processo “Genesi” a 13 anni di reclusione ma soprattutto condannato all’ergastolo a metà anni ’90 per l’omicidio a Catanzaro di Pietro Cosimo, personaggio che dava fastidio al boss del Gaglianesi (dal nome del quartiere Gagliano di Catanzaro), Girolamo Costanzo. E’ stato proprio Girolamo Costanzo a pagare cinque milioni di vecchie lire a Nazzareno Prostamo e Pasquale Pititto per compiere il delitto di Pietro Cosimo, facendo anche leva sul mancato pagamento di una fornitura di eroina da parte di Pietro Cosimo nei confronti di Prostamo e Pititto. Antonio Prostamo è così fratello di Francesco Prostamo, detto “Buttafuoco”, e quindi nipote del boss di San Giovanni di Mileto Giuseppe Prostamo, fratello di Nazzareno. Lo stesso Giuseppe Prostamo ucciso il 4 giugno del 2011 a San Costantino Calabro dal clan Fiarè di San Gregorio d’Ippona. Preziosa l’intercettazione di Salvatore Pititto a casa dell’amante Oksana Verman: “Antonio Prostamo è un altro figliolo di San Giovanni.. al quale ai tempi lo zio lo hanno ammazzato a San Costantino...fuori dal tabacchino, però quello per me esce pazzo mi vuole bene, gliene sto facendo lavori...”

Le nuove gerarchie a Mileto. Le vicende giudiziarie che hanno interessato il circondario di Mileto nel corso degli ultimi anni hanno consentito così agli inquirenti di disvelare, sia l’identità dei clan della zona, sia le dinamiche relative alla faida che li ha visti contrapposti. Su San Giovanni di Mileto dopo l’estromissione del clan di Salvatore Galati (che sta scontando l’ergastolo per duplice omicidio) ed il trasferimento dei figli in Lombardia (coinvolti nell’operazione “Quadrifoglio”), nell’ultimo decennio avrebbe regnato il clan guidato dalle “famiglie” Tavella e Prostamo. Su Mileto, invece, l’egemonia sarebbe tuttora esercitata dalle “famiglie” Pititto e Iannello, anche loro però originarie di San Giovanni. I Pititto ed i Iannello sarebbero riusciti a trovare un accordo con il clan Galati di Comparni di Mileto (da non confondere con i Galati di San Giovanni), erede della cosca un tempo guidata da Carmine Galati, deceduto a seguito di un incidente con il trattore. 

La morte di Giuseppe Prostamo avrebbe ridisegnato dal 2011 le gerarchie criminali a Mileto. La “famiglia” dei Tavella di San Giovanni sarebbe stata spodestata ed i Prostamo si sarebbero assoggettati al gruppo vincente, quello dei Pititto e dei Iannello. 

Pertanto, lo spaccio di sostanze stupefacenti, così come la gestione delle altre attività criminali del gruppo, sarebbe deciso da quello che viene indicato come il capo del sodalizio vittorioso, cioè Pasquale Pititto, 50 anni, di San Giovanni di Mileto, condannato all’ergastolo per l’omicidio a Catanzaro di Pietro Cosimo ed a 25 anni di reclusione nel processo “Tirreno” celebrato a Palmi quale esecutore materialeinsieme al cognato Michele Iannellodell’omicidio di Vincenzo Chindamo e del tentato omicidio di Antonio Chindamo, fatti di sangue commessi a Laureana di Borrello l’11 maggio 1991 su mandato del boss Giuseppe Mancuso di Limbadi.  Benchè sulla sedia a rotelle dopo aver subito un tentato omicidio nei primi anni ’90 ad opera del contrapposto clan Galati di San Giovanni di Mileto, alleato all’epoca con la più potente cosca dei Molè di Gioia Tauro, Pasquale Pititto - cognato del collaboratore di giustizia Michele Iannello (condannato all’ergastolo per l’omicidio del piccolo Nicolas Green) - avrebbe avuto quindi un peso di tutto rispetto anche nei traffici di droga, rapportandosi con il cugino Salvatore Pititto. 

Pasquale Pititto, inoltre, stando all’inchiesta, avrebbe presieduto al rito di affiliazione alla ‘ndrangheta di Antonio Prostamo nel clan di Mileto. 

In foto: Oksana Verman, Salvatore Pititto, Nazzareno Prostamo e Giuseppe Prostamo

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