Sono passati esattamente 20 anni, ma il dolore non passa. Due decenni lo hanno reso un rumore di fondo persistente e cupo che ancora intorpidisce il cuore, ma non passa. Era il 3 luglio 2006 quando Nicola De Pascale, 44 anni, venne travolto e ucciso sulla Statale 18, tra Vibo e Vibo Marina, dalla colata di fango e detriti che si formò dopo una spaventosa bomba d’acqua. Oggi, nel ventennale della sua morte, la figlia Francesca lo ricorda con una lettera commovente che dà la dimensione della tragedia che ha vissuto quando era solo una ragazzina e con la quale da allora ha dovuto convivere. Ecco le sue parole, cariche d’affetto, di dolore mai sopito ma anche di rabbia per ciò che non sarebbe dovuto succedere.

La lettera

Caro papà,

Eccoci qua, sono passati vent’anni.

Vent’anni da quel maledetto 3 luglio 2006. Vent’anni da quando l’alluvione ti ha strappato alla nostra famiglia, ai tuoi affetti, alla tua vita. Vent’anni che porto sulle spalle il peso della tua assenza.

Oggi, 1 luglio, ti scrivo mentre fuori il cielo si oscura e i tuoni rompono il silenzio, proprio come vent’anni fa, in quel maledetto giorno che ci ha cambiato la vita per sempre. Ogni lampo riapre una ferita che non si è mai rimarginata.

Dicono che il tempo allevi il dolore. Non è vero.

Il tempo insegna a convivere con l’assenza, ma non colma il vuoto. Perché ci sono abbracci che non hai più ricevuto, parole che non hai più potuto dire, sorrisi che non hai più visto. Ci sono vent’anni di vita che avresti dovuto vivere insieme a noi e che invece ci sono stati rubati.

E io, papà, porto dentro una rabbia che non riesco a spegnere.

Una rabbia che nasce da quella tragedia, ma che cresce ogni volta che vedo un cielo nero come quello di oggi. Perché dopo vent’anni mi guardo intorno e mi chiedo cosa sia davvero cambiato.

Mi chiedo se la tua morte, e quella di altre persone che quel giorno hanno perso la vita, sia servita a evitare che altre famiglie vivessero lo stesso inferno.

E la risposta che sento dentro fa male.

Perché troppo spesso sembra che si aspetti la prossima tragedia per indignarsi ancora una volta. Si piangono le vittime, si fanno promesse, si pronunciano parole che il tempo porta via, mentre i problemi restano. E allora la mia rabbia diventa ancora più grande. Perché nessun essere umano dovrebbe conoscere un dolore come il nostro. Nessun figlio dovrebbe crescere senza suo padre per qualcosa che avrebbe potuto essere prevenuto.

Io non ce l’ho con la pioggia.

La pioggia segue il suo corso.

La mia rabbia è per tutto ciò che non è stato fatto. Per tutto ciò che si sarebbe potuto fare. Per tutte quelle volte in cui la prevenzione è rimasta soltanto una parola.

E sai qual è la cosa più difficile?

Accettare che il mondo abbia continuato a girare mentre il nostro si era fermato.

Noi abbiamo imparato a sorridere di nuovo, ma con una parte del cuore che manca. Abbiamo continuato a vivere, ma senza smettere nemmeno un giorno di sentire la tua assenza.

Tu non hai visto i nostri traguardi, i nostri cambiamenti, le nostre cadute e le nostre rinascite. E noi non abbiamo più avuto il privilegio di averti accanto.

È questa l’ingiustizia più grande.

Eppure, nonostante tutto, c’è una cosa che nessuna alluvione, nessun anno e nessun silenzio potranno mai cancellare.

Il tuo ricordo.

Tu vivi nelle fotografie che continuiamo a guardare con gli occhi lucidi, vivi nei racconti che facciamo di te, vivi nei valori che ci hai insegnato, vivi ogni volta che qualcuno pronuncia il tuo nome con affetto.

Perché si muore davvero solo quando si viene dimenticati.

E tu, papà, non lo sarai mai.

Nel ventesimo anniversario di quel maledetto 3 luglio, non voglio ricordare soltanto il giorno in cui ti abbiamo perso.

Voglio ricordare l’uomo che eri, il padre che sei stato, l’amore che ci hai donato.

Ma voglio anche che il tuo ricordo sia una richiesta di responsabilità. Perché commemorare non basta, le lacrime non bastano, le corone di fiori non bastano.

Servono azioni, servono scelte, serve il coraggio di fare tutto ciò che è necessario affinché non si verifichino più tragedie come la nostra.

Perché dietro ogni vittima c’è una storia che si interrompe, ci sono figli che crescono senza un padre, mogli che restano sole e vite che non torneranno più.

Mi manchi da vent’anni.

Mi mancherai per tutta la vita.

E continuerò a portarti con me, con lo stesso amore di sempre e con la stessa rabbia verso tutto ciò che avrebbe dovuto impedirci di perderti.

Con infinito amore.

Tua figlia Francesca.