La Corte si è riservata la decisione anche su altra eccezione. In primo grado ha retto parzialmente l’accusa nei confronti di Michele Manco. Sotto processo anche Domenico Macrì, Salvatore Morelli e Francesco Antonio Pardea
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Tardività dell’appello da parte della Procura distrettuale e inammissibilità dello stesso perchè depositato in forma cartacea senza allegare un documento attestante il cattivo funzionamento del sistema digitale. Sono le due eccezioni sollevate dai difensori (la prima con l’avvocato Francesco Sabatino che lamenta la tardività di un giorno dell’appello proposto dalla Dda, la seconda dall’avvocato Walter Franzè), nel processo dinanzi alla Corte d’Appello di Catanzaro con sette imputati di Vibo Valentia coinvolti in un procedimento penale istruito dalla Dda di Catanzaro. Alle eccezioni si sono associati tutti gli altri difensori degli imputati. Il processo mira a far luce su alcune estorsioni consumate a Vibo Valentia, con la Procura distrettuale che ha appellato la sentenza emessa il 9 luglio dello scorso anno dal Tribunale collegiale vibonese. Gli imputati sono: Michele Manco, 37 anni; Domenico Macrì, 42 anni; Francesco Antonio Pardea, 40 anni; Salvatore Morelli, 43 anni; Andrea Mantella, 54 anni (collaboratore di giustizia); Andrea Ruffa, 32 anni; Domenico Serra, 34 anni. Gli imputati sono tutti di Vibo Valentia, mentre Andrea Ruffa risulta domiciliato nella frazione di Vena e Domenico Serra nella frazione di Longobardi. In primo grado tutti gli imputati sono stati assolti, tranne Michele Manco che è stato condannato alla pena di 6 anni e 3 mesi di reclusione (e 2.200 euro di multa, oltre al pagamento delle spese processuali e di custodia cautelare in carcere). Michele Manco si trova detenuto per tale procedimento e nei suoi confronti la Dda aveva chiesto in primo grado 21 anni di reclusione. Michele Manco è stato anche interdetto in perpetuo dai pubblici uffici e in stato di interdizione legale per la durata della pena, oltre a riportare la condanna al risarcimento dei danni in favore delle costituite parti civili: “Costruzioni Lucia Srl”, “De Nisi Srl”, “Stagno Aedil Srl” e Cirillo Alessandro, quale legale rappresentante pro tempore della “Edil Costruzioni Srl”. Per la determinazione dei danni il Tribunale ha invece rimesso le parti davanti al giudice civile. Infine Michele Manco è stato condannato in primo grado a rifondere le spese di costituzione, assistenza e rappresentanza delle parti civili liquidate in 1.350,00 euro per ciascuna di esse. Manco ha invece incassato in primo grado l’assoluzione per cinque capi d’imputazione (con le accuse di associazione mafiosa, tentata estorsione, danneggiamento seguito da incendio).
Il nuovo ospedale di Vibo e le ditte nel “mirino”
Michele Manco è stato ritenuto colpevole per il reato di tentata estorsione, aggravata dal metodo mafioso, ai danni delle ditte impegnate nei lavori di costruzione del nuovo ospedale di Vibo. Il metodo mafioso per i giudici è confermato dalla frase “Dì al tuo capo che si è dimenticato degli amici, la prossima volta spariamo” che Michele Manco avrebbe rivolto ad alcuni operai recandosi con l’auto sul cantiere del nuovo ospedale nel giugno e nel luglio del 2020. Sul cantiere era impegnata la ditta Costruzioni Lucia Srl che stava eseguendo le opere complementari alla realizzazione del nuovo ospedale. Ad “incastrare” Michele Manco, la testimonianza del direttore tecnico della ditta e degli operai impegnati nel cantiere, uno dei quali ha effettuato un riconoscimento fotografico.
Gli altri imputati
Alcuni imputati sono già stati coinvolti e condannati nel maxiprocesso Rinascita Scott, come Domenico Macrì e Francesco Antonio Pardea che sono stati rimessi in libertà a dicembre per scadenza dei termini massimi di custodia cautelare e si trovano destinatari della misura della sorveglianza speciale. Nei loro confronti – unitamente a Salvatore Morelli – in primo grado i giudici del Tribunale di Vibo Valentia hanno ritenuto la mancanza di prove per dimostrare la “continuità” dell’associazione mafiosa perseguita inizialmente con l’inchiesta Rinascita Scott. Da qui le assoluzioni poiché i rapporti tra gli imputati, secondo i giudici, non hanno offerto certezze sull’attualità di una struttura criminale che possa definirsi mafiosa. Anche le dichiarazioni rese da diversi collaboratori di giustizia (Bartolomeo Arena, Adrea Mantella, Michele Camillò e Gaetano Cannatà) per i giudici di primo grado si arrestano “a epoche precedenti e non risultano idonee a dimostrare la continuità operativa dell’associazione mafiosa nel periodo contestato”, vale a dire il clan Pardea, oltre alla mancanza di riscontri a quelle dichiarazioni. Motivazioni dei giudici di primo grado che la Procura di Catanzaro intende far riformare in appello. A tal proposito, la pubblica accusa – Procura Generale di Catanzaro – ha avanzato richiesta di rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale per come indicata nell'atto di appello e ha chiesto quindi alla Corte d’Appello che venga sentito il collaboratore di giustizia, Andrea Mantella, in relazione al capo 1) dell’imputazione, vale a dire l’associazione mafiosa. La Corte d’Appello di Catanzaro si è riservata la decisione sulle eccezioni sollevate dai difensori rinviando all’udienza del 15 luglio.
Da ricordare che nei confronti di Domenico Macrì in primo grado la Dda aveva chiesto la condanna a 10 anni, per Andrea Mantella 6 anni, per Francesco Antonio Pardea e Salvatore Morelli 12 anni, per Andrea Ruffa e Domenico Serra 7 anni. Parti civili nel processo anche la Ased srl, Gregorio Farfaglia, il Forum delle associazioni antiusura.
Il collegio di difesa
Gli avvocati impegnati nel collegio di difesa sono: Stefano Luciano e Francesco Sabatino (per Domenico Macrì), Manfredo Fiormonti (per Andrea Mantella), Vincenzo Brosio (per Andrea Ruffa), Giuseppe Di Renzo (per Domenico Serra), Giovanni Vecchio e Giuseppe Di Renzo (per Salvatore Morelli), Diego Brancia e Renzo Andricciola (per Francesco Antonio Pardea), Walter Franzè (per Michele Manco).

