«Stiamo parlando di quattro “storti”, secondo la definizione che usò “Vetrinetta” (Pantaleone Mancuso, ndr) riferendosi a certi personaggi. Gente così è quella che probabilmente è andata a fare le intimidazioni nella area industriale di Vibo negli ultimi mesi. Riprendo le parole di Vetrinetta per dare anche un messaggio alla cittadinanza: sappiate che stiamo parlando di quattro storti».
Il comandante provinciale dei carabinieri di Vibo, il colonnello Antonio Parillo, mostra la sicurezza di un investigatore che sta già tirando la rete a bordo. «Taluni li conosco - aggiunge -, li vedo anche in giro per Vibo. E quando li guardo ho l’impressione di avere a che fare con dei camorristi da serie televisiva. Vestiti allo stesso modo di Sangue Blu in Gomorra, il capo della fazione di giovani criminali di Forcella».

Quarantasei anni, di Caserta, con già una lunga carriera operativa alle spalle, da quasi un anno Parillo guida l’Arma nel Vibonese. La divisa la sognava già da bambino, quando chiese a una zia sarta di cucirgli un vestito da carabiniere per carnevale. Poi, l’ammirazione sconfinata per il nonno, carabiniere internato in un campo di concentramento tedesco, ha fatto il resto. Di lui conserva il tesserino di riconoscimento che ha incorniciato e appeso sulla parete del suo ufficio di Vibo. «Sono cresciuto anche con i suoi ricordi e i suoi racconti, almeno quello che si poteva dire a un bambino. Poi la storia l’ho studiata e ho capito quali atrocità aveva dovuto subire».

Quando parla delle intimidazioni messe in atto negli ultimi mesi alla periferia sud della città con la tecnica della “stesa” (spari all’impazzata per segnare il territorio), il rimando alla criminalità campana è inevitabile: «Le modalità sono identiche - spiega -. Questo è un fenomeno che sta riguardando tutte le organizzazioni criminali. Non voglio far pubblicità a Gomorra, intendiamoci, ma purtroppo è questo il modello culturale, anzi sub-culturale, che in certi ambienti si afferma».

Colonnello, dopo il maxi processo Rinascita Scott tanti imprenditori si erano sentiti finalmente liberi. E invece la scarcerazione di molti condannati li ha rigettati nello sconforto. Cosa sta succedendo?
«Era inevitabile che prima o poi, a prescindere dalle dinamiche processuali, alcuni di questi soggetti fossero scarcerati. Ma non dimentichiamo la prima parte del nome dell’operazione: “Rinascita”, appunto. È stato gettato il seme della legalità e adesso tocca anche ai cittadini coltivarlo. Nella maggior parte dei casi si tratta di persone che dovranno vedersi soltanto rideterminare la pena e quindi saranno nuovamente ospiti delle patrie galere. Agli imprenditori sta la scelta se subire o meno. Noi facciamo la nostra parte e, con il nostro sostegno, anche gli imprenditori devono continuare a fare la loro. La giustizia, piaccia o non piaccia, ha i suoi tempi e le sue regole».

Non solo imprenditori e piccoli esercenti, ma anche amministratori e dirigenti pubblici del Comune di Vibo sono sotto tiro. Un funzionario comunale, Andrea Nocita, è stato addirittura prima vittima di un pestaggio e poi, qualche giorno dopo, gli hanno bruciato l’auto. Il contesto criminale è lo stesso? Perché non avete ancora individuato il presunto responsabile?
«Si tratta di episodi profondamente diversi, niente a che fare con l’escalation criminale nell’ambito del racket estorsivo. Le indagini sono in corso e hanno i loro tempi, bisogna attendere fiduciosi».

Dopo gli atti intimidatori nell’area industriale di Vibo c’è stata una manifestazione molto partecipata. È un segno della “rinascita” di cui parla?
«Quando dico che abbiamo gettato i semi della legalità mi riferisco esattamente a questo. Un moto di coscienza popolare che porta tutti a indignarsi. Anni fa sarebbe stata impensabile una manifestazione del genere. E oggi non ci sono imprenditori che evitano di denunciare. Questo è molto confortante».

Al suo insediamento parlò di ’ndrangheta e poteri forti. Cosa intendeva?
«Non esistono soltanto i quattro storti di Vetrinetta, ma anche una serie di professionisti che si sono messi al servizio della ‘ndrangheta e le hanno consentito di prosperare. Professionisti che sanno come ripulire il denaro sporco, individuare nuovi canali di investimento e indicare il settore nel quale è più conveniente investire. Se nel 2026 la ’ndrangheta può ancora dire la sua e condizionare le regole del mercato, è perché esiste una struttura sociale o parasociale che l’affianca».

Vibo rischia di andare verso una criminalità per bande, sul modello delle grandi metropoli?
«Allo stato non credo sia possibile. Qui il riconoscimento della “casa madre”, chiamiamola così, è indispensabile, soprattutto per avere accesso a determinate relazioni criminali con i più potenti casati di ’ndrangheta. In una realtà come questa non vedo possibile questo mutamento del fenomeno criminale. Affinché ciò accada occorrerebbe che il territorio fosse enormemente diluito, come in una grande area metropolitana appunto, e non è questo il caso».

Nel settembre scorso, quando si è insediato, disse di aver trovato il mare «sporchino». Quest’estate sembra iniziata come la precedente. Cosa farete?
«Ho partecipato in Prefettura a un vertice al quale hanno preso parte anche i sindaci dei Comuni rivieraschi che hanno un depuratore. Uno dei grandi nodi è capire se i Comuni che appaltano la gestione del depuratore poi svolgano attività di controllo nei confronti della società a cui è affidata la gestione. I Comuni devono controllare, così come faremo anche noi».

Tutta colpa dei Comuni e dei depuratori?
«Non dico questo. Ci sono tanti altri fenomeni sui quali vigilare. Pensiamo ad esempio ai lidi. Se non sono collettati alla rete fognaria, hanno le vasche Imhoff (fosse settiche artificiali per la raccolta dei liquami, ndr). I controlli su queste vasche vengono fatti? I liquami raccolti devono essere smaltiti attraverso aziende certificate. Ci devono essere documenti e fatture per la piena tracciabilità. È probabile che ci muoveremo anche in questa direzione per verificare che tutto sia in ordine».

Mi sta dicendo che avvierete una campagna di controlli specifici?
«In realtà lo stiamo già facendo...».

Anche nei confronti delle abitazioni civili?
«Lungo la costa ci sono probabilmente alcune ville che forse catastalmente sono ancora censite in F3, cioè “fabbricato in costruzione”. Se sei in costruzione non puoi generare rifiuti, tant’è che normalmente non paghi la Tari».

Quindi effettuerete controlli in questa direzione?
«La settimana scorsa, in collaborazione con Guardia costiera e Polizia locale di Ricadi, abbiamo accertato che vi erano tre stabilimenti balneari tecnicamente sprovvisti della concessione. Se sei sprovvisto della concessione e non hai titolo a stare lì, i tuoi rifiuti come li gestisci? Insomma, la campagna è già avviata».

Perché tanta attenzione sul settore balneare? È solo una questione d’inquinamento?
«No. L’industria balneare è un crocevia di interessi e problematiche. Lì si muove il lavoro, quindi c’è il tema della tutela del lavoratore. C’è la tutela della salute, se pensiamo all’antisofisticazione alimentare. C’è il problema dell’ambiente e c’è pure il problema della criminalità organizzata. Non tutti sono diventati commercialisti, broker o uomini d’affari. Molti devono vivere, probabilmente con regole mafiose, di ciò che il territorio offre. Potremmo trovare, e io sono sicuro che è così, infiltrazioni della criminalità organizzata nell’industria balneare. Su questo stiamo intervenendo, con segnalazioni all’autorità giudiziaria e alla Prefettura per l’adozione dei provvedimenti previsti dal codice antimafia. Tutto questo serve a restituire spazio all’imprenditoria sana, costretta a competere con chi non rispetta le regole. Problemi analoghi potremmo trovarli nella zona delle Serre, con riferimento all’industria boschiva, e probabilmente anche nel settore dell’agricoltura, dove c’è il grande tema dei contributi europei e delle frodi conseguenti, alcune delle quali possono essere riferibili a casati di criminalità organizzata».

Per concludere, quale messaggio rivolgerebbe a chi continua a sparare, incendiare e minacciare e a chi invece subisce o decide di tacere?
«Entrambi fanno o faranno delle scelte. Alla parte sana della popolazione dico: siate protagonisti del processo di rinascita. E lo stesso invito lo rivolgo anche alla parte oggi non sana della popolazione. Una delle scene più tristi alle quali ho assistito durante la mia carriera è quella dei bambini che vanno a trovare i genitori in carcere. Una scena che forse andrebbe fatta vedere anche ai giovani studenti, così che qualcuno tra loro si chieda se valga davvero la pena scegliere l’illegalità e vedere un giorno i propri figli aspettare sotto al sole o la pioggia di incontrare il papà detenuto».