Con l’operazione Jerokarni viene contestato l’agguato del novembre 2015 contro tre cugini Loielo da parte del gruppo degli Emanuele. Anche telefonate anonime di scherno alla base del “botta e risposta”
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C’è anche il triplice tentato omicidio ai danni dei cugini Loielo tra le contestazioni mosse dalla Dda di Catanzaro e dal gip distrettuale con l’operazione antimafia che ha colpito la ‘ndrina degli Emanuele-Idà di Gerocarne. Un fatto di sangue che porta la data del 5 novembre 2015 allorquando sono stati esplosi diversi colpi di arma da fuoco all’indirizzo dell’auto condotta da Valerio Loielo e all’interno della quale vi erano anche Rinaldo Loielo, alias “Rinaldino”, e Walter Loielo. I tre cugini sono rimasti feriti, con Walter Loielo (all’epoca di 22 anni) che ha fatto ricorso alle cure dell’ospedale di Vibo. Valerio Loielo, all’epoca di 21 anni, è il figlio del boss Giuseppe Loielo, mentre Rinaldino Loielo (all’epoca ventenne) è figlio del boss Vincenzo Loielo. Si tratta degli stessi Giuseppe (detto Pino) e Vincenzo Loielo uccisi nel 2002 in un agguato nei pressi dell’acquedotto di Gerocarne da Bruno Emanuele e dal suo braccio-destro Vincenzo Bartone (alias “Pio-Pio), condannati per tale duplice delitto alla pena dell’ergastolo. Walter Loielo, da un paio di anni divenuto collaboratore di giustizia, è invece figlio di Antonino Loielo che il 22 ottobre 2015 era a sua volta sfuggito ad un agguato mentre viaggiava su un'auto con a bordo la compagna in stato di gravidanza, il figlio Alex Loielo e due ragazze minorenni. Si tratta dello stesso Antonino Loielo poi rimasto vittima della “lupara bianca” ad opera proprio del figlio Walter Loielo che, collaborando con la giustizia, ha fatto ritrovare il cadavere del padre sepolto nei boschi dell’Ariola. Valerio Loielo già nel 2014 era scampato ad un altro agguato mentre viaggiava in auto con la madre.
Le accuse per il triplice tentato omicidio
Il triplice tentato omicidio viene ora contestato con l’operazione Jerakarni agli arrestati Alessio Sabatino, 32 anni, di Gerocarne, Vincenzo Sabatino, 34 anni, anche lui di Gerocarne e Salvatore Emmanuele, 32 anni, di Ariola. Secondo l’accusa, i tre a bordo di un’auto di proprietà di Alessio Sabatino avrebbero affiancato la vettura con a bordo i tre cugini Valerio, Rinaldino e Walter Loielo esplodendo al loro indirizzo ben 25 colpi d’arma da fuoco calibro 7,62. Rinaldino Loielo è rimasto nell’occasione ferito al braccio destro, con lesioni giudicate guaribili in dieci giorni, Walter Loielo ha riportato invece la frattura della mandibola con lesioni giudicate guaribili in trenta giorni dopo un’operazione chirurgica al viso. Dalle prime ricostruzioni, effettuate dagli inquirenti, è rimasto accertato che l’agguato è avvenuto intorno alle ore 18.20 circa del 5 novembre 2015 lungo la strada provinciale numero 71 nel territorio di Ariola di Gerocarne. Per la Dda, tale triplice tentato omicidio rappresenta la “testimonianza della efferata offensiva che il clan Emanuele stava scagliando contro gli storici rivali dei Loielo. In particolare, dopo gli omicidi dei fratelli Giuseppe e Vincenzo Loielo avvenuti il 22 aprile 2002, lo stato di apparente stabilità del governo mafioso del territorio da parte degli Emanuele-Idà si era mantenuto fino al 2012, allorquando la capacità operativa della struttura degli Emanuele è stata fortemente ridimenzionata dagli arresti dell’operazione “Luce nei boschi” datata 25 gennaio 2012, dando la stura alle mire espansionistiche dei Loielo, decisi a vendicare i congiunti ed a riprendersi del territorio storicamente assoggettato alla propria influenza mafiosa. Alla sequela di agguati omicidiari registrati nel triangolo Gerocarne, Sorianello, Soriano Calabro tra il 2012 ed il 2015, è quindi seguito un periodo di apparente tregua tra le due consorterie, interrotto tuttavia bruscamente già nel 2017, allorquando si sono registrati ulteriori cruenti fatti di sangue, atti a statuire una nuova recrudescenza degli scontri tra le due articolazioni 'ndranghetistiche degli Emanuele-Idà e dei Loielo. I carabinieri nell’immediatezza del triplice tentato omicidio dei cugini Walter, Valerio e Rinaldino Loielo si sono imbattuti in una serie di contraddizioni da parte dei familiari di Alessio Sabatino in ordine all’uso di una Fiat 500 rossa da parte del congiunto, recatosi poi con un’altra vettura in caserma dai militari dell’Arma per essere sentito quale persona informata sui fatti. La Fiat 500 è stata poi trovata dai carabinieri del Nucleo Operativo della Compagnia di Serra in un lavaggio di Soriano Calabro e posta sotto sequestro penale. Altre conferme sull’utilizzo della Fiat 500 rossa quale auto utilizzata per l’agguato sono arrivate nell’immediatezza dei fatti grazie ad alcune intercettazioni ambientali tra i cugini omonimi Rinaldo Loielo (cl ’91 e cl ’95) e le rispettive madri, mentre importanti si sono rivelate pure le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Walter Loielo e Diego Zappia, con quest’ultimo che “aveva raccolto le confidenze di Francesco Capomolla, soggetto vicino ai Maiolo di Acquaro e ritenuto pienamente intraneo alle dinamiche criminali dell’Ariola”. Vi sono poi le dichiarazioni captate nella “Casa di Gerocarne” – un immobile in disuso nel cuore di Gerocarne utilizzato per le riunioni del clan Emanuele – dove alcuni degli indagati hanno “approfonditamente disquisito in ordine all’episodio criminoso, dimostrando piena conoscenza dei dettagli della dinamica (addirittura del numero di colpi esplosi) e inquadrandolo nell’ambito dell’acceso contrasto tra gruppi criminali”. Per il gip appaiono sul punto “emblematiche le parole di Domenico Zannino e Marco Idà che, nel commentare gli esiti della perquisizione subita dai Loielo due giorni dopo l’agguato - e sfociata nel sequestro di un fucile automatico calibro 12 completo di cinque cartucce a pallettoni e di una pistola 357 Magnum con matricola abrasa - hanno osservato come fosse evidente che gli stessi si stessero preparando alla controffensiva nei loro confronti”.
Secondo la ricostruzione accusatoria sposata dal gip, i tre cugini Valerio, Rinaldino e Walter Loielo il 5 novembre 2015, poco prima di rimanere vittime del triplice tentato omicidio, si erano recati a Soriano Calabro “al fine di tendere un agguato a Vincenzo Sabatino, alias Portobello, e attirare in trappola altresì Alessio Sabatino e Salvatore Emmanuele”. Il motivo per il quale i Loielo volevano eliminare Vincenzo Sabatino viene fatto risalire – secondo le dichiarazioni di Walter Loielo – al fatto che i Sabatino avrebbero preso in giro Valerio Loielo con delle telefonate anonime che, grazie ad un’applicazione del telefonino, i Loielo scoprirono provenire da Vincenzo Sabatino. Importante ai fini dell’inchiesta anche una telefonata tra Salvatore Emmanuele e un avvocato della zona in cui “il primo commenta il tentato omicidio verificatosi poche ore prima dicendo: “Dice che uno è grave, per questo è successo tutto questo bordello, per le chiamate, che erano andati a prenderlo a Portobello per ammazzarlo questa sera. ... Loro!”. Chiaro per il gip il riferimento al tentativo dei cugini Loielo di caricare su un’auto Vincenzo Sabatino e punirlo con la morte per le telefonate anonime e di scherno all’indirizzo di Valerio Loielo. Altra intercettazione di rilievo è anche quella in cui Filippo Mazzotta, 38 anni, di Soriano Calabro (ora arrestato con l’accusa di far parte del clan Emanuele) racconta la telefonata effettuata da Vincenzo Sabatino (Portobello) al cugino Alessio Sabatino per richiedere aiuto: “Vieni, vieni che mi vogliono portare..., mi vogliono prendere..., sono venuti qua a casa”. Del resto, che i Loielo fossero armati nel momento in cui hanno subìto il triplice tentato omicidio, per il gip lo si ricava dalla stessa testimonianza del collaboratore Walter Loielo: “Non abbiamo avuto neanche il tempo di estrarre la nostra pistola calibro 7 dal cruscotto della macchina…” che sono stati raggiunti da una pioggia di fuoco aperta – secondo la Dda e il gip – da Vincenzo Sabatino, Alessio Sabatino e Salvatore Emmanuele. Che i tre Loielo fossero armati il pomeriggio in cui sono rimasti vittime dell’agguato viene infine ricavato anche dal fatto che la madre di Walter Loielo il giorno dopo l’agguato al figlio, attesa la presenza dei carabinieri, aveva provveduto a lavare il giubbino del congiunto all’evidente fine di scongiurare un eventuale Stub. Storie di vendette incrociate, dunque, in un territorio – le Preserre vibonesi – dove in molti nel corso degli anni hanno preferito voltarsi dall’altra parte o, in altri casi, rendersi complici delle “strategie” messe in piedi dai clan contrapposti.



