Resta in carcere per l’operazione antimafia “Call Me”, Luigi Federici, 28 anni, di Vibo Valentia, arrestato l’11 aprile scorso dopo un periodo di latitanza. E’ quanto deciso dalla quinta sezione penale della Cassazione che ha rigettato il ricorso di Federici avverso l’ordinanza del Tribunale del Riesame di Catanzaro dopo un precedente annullamento con rinvio ad opera della Suprema Corte. Confermata così l’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip distrettuale di Catanzaro il 26 marzo dello scorso anno per i reati di associazione mafiosa (clan Pardea di Vibo Valentia) e accesso indebito a dispositivi idonei alla comunicazione da parte di detenuti (con l’aggravante mafiosa).
Per la Cassazione – come già per il Tribunale del Riesame – sussistono i gravi indizi di colpevolezza ritenendo provato, a livello cautelare, il reato di associazione mafiosa quale prosecuzione della partecipazione di Luigi Federici alla cosca vibonese dei Pardea (detti Ranisi), clan nel quale Federici è stato già ritenuto organico nell’ambito dell’operazione Rinascita Scott dove in appello ha rimediato una condanna a 18 anni e 6 mesi di reclusione (gli venivano contestati anche i reati di danneggiamento, estorsione e detenzione illegale di armi). La nuova contestazione nell’operazione “Call Me” del reato di associazione mafiosa, per la Cassazione si giustifica in quanto anche in costanza di detenzione, l’indagato Federici “ha mantenuto inalterato il proprio ruolo di partecipe della consorteria”, come provato dalle “conversazioni effettuate nel carcere di Avellino - nelle more della carcerazione preventiva per l’operazione Rinascita Scott - su dispositivi telefonici non autorizzati con i membri della propria famiglia al fine di reperire informazioni e risolvere problematiche di interesse associativo, nonché professando fedeltà incondizionata alla struttura mafiosa”.
Con riguardo, invece, alle conversazioni telefoniche intrattenute da Luigi Federici con il padre Francesco Federici e la madre Erminia Bisogni (anche loro finiti sotto processo per l’operazione “Call Me”), la ricerca di notizie sulla collaborazione con la giustizia dei vibonesi Michele Camillò e Antonio Cannatà sarebbe servita non solo per il ricorrente Luigi Federici, ma anche per l’intera compagine, dal momento che si trattava di due soggetti, Camillò e Cannatà, intranei alla medesima articolazione di ‘ndrangheta di appartenenza del Federici il quale, nell’ambito del procedimento Rinascita Scott – ricostruisce la Cassazione – aveva commesso tali reati anche con Michele Camillò, tant’è che il padre del Federici si era recato dalla cognata del collaboratore per acquisire maggiori informazioni”. La ricerca di informazioni sui nuovi potenziali collaboratori di giustizia, secondo la Cassazione è indice del “continuo contributo fornito da Federici al sodalizio mediante la condivisione di tali notizie con i sodali detenuti nella stessa struttura penitenziaria, che dimostra l’interesse collettivo sotteso al reperimento di informazioni su tale tema”.
Nel mantenimento in carcere di Luigi Federici ha un peso anche una richiesta rivolta dall’indagato al padre di occultare un fucile da questi custodito, arma che nelle conversazioni intercettate si rimarca essere stata “utilizzata dai sodali per compiere attività intimidatorie, come riferito dal collaboratore di giustizia Camillò che aveva anche indicato il luogo in cui l’arma era stata occultata”. Infine, dalle intercettazioni è emersa la condivisione di eventi conviviali di Luigi Federici all’interno del carcere con il capo cosca di Tropea, Antonio La Rosa, pure lui detenuto ad Avellino, nonché l’elogio per le doti del Federici da parte di un sodale, Massimiliano Elia, organico alla criminalità organizzata leccese, e l’augurio che, all’interno del carcere, l’indagato potesse acquisire maggiore importanza criminale nel periodo di detenzione”. I dialoghi intercettati, quindi, per la Cassazione dimostrano come Luigi Federici ritenesse “l’esperienza carceraria necessaria come occasione personale di crescita criminale. Sulla base di tali elementi il Tribunale del Riesame ha ritenuto comprovato il perdurante coinvolgimento del Federici nel circuito relazionale della cosca, nonché nelle dinamiche che avrebbero potuto incidere sulla sopravvivenza dell’associazione di appartenenza”. Da qui il rigetto del ricorso di Luigi Federici e la sua condanna al pagamento delle spese processuali. Il processo “Call Me” che lo vede imputato è in corso dinanzi al Tribunale collegiale di Vibo Valentia.