Passano in giudicato cinque condanne relative all’operazione antimafia denominata “Demetra 2”, il cui processo di primo grado è stato celebrato con rito abbreviato dinanzi al gup distrettuale di Catanzaro Marco Ferrante. La quarta sezione penale della Cassazione ha infatti confermato le pene emesse dalla Corte d’Appello di Catanzaro il 22 gennaio 2024 nei confronti di: Vito Barbara, 34 anni, di Spadola, ma residente a Limbadi, condannato a 15 anni, 10 mesi e 20 giorni; Domenico Bertucci, 32 anni, di Spadola, condannato a 6 anni e 11 mesi; Antonio Criniti, 34 anni, di Soriano Calabro, condannato a 8 anni e 4 mesi; Filippo De Marco, 45 anni, di Soriano, condannato a 8 anni e 7 mesi; Pantaleone Mancuso, 62 anni, di Limbadi, condannato a 8 anni, 2 mesi e 10 giorni. I ricorsi dei difensori degli imputati sono stati dichiarati inammissibili dalla Suprema Corte con la conseguente condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese del procedimento nonché, ravvisandosi profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità, al pagamento in favore della Cassa delle ammende della somma di tremila euro.
In primo grado la Dda di Catanzaro aveva chiesto la condanna all’ergastolo per Filippo De Marco e Antonio Criniti, ma l’accusa non aveva retto nei loro confronti e i due imputati erano stati assolti dalla contestazione di concorso nell’omicidio del biologo Matteo Vinci (saltato in aria con un’autobomba e con i due sorianesi accusati originariamente di aver fabbricato il micidiale ordigno). Le due assoluzioni erano poi divenute definitive, non essendo state appellate dall’ufficio di Procura.

Il narcotraffico

Associazione a delinquere finalizzata al narcotraffico, l’accusa che ha retto anche al vaglio della Cassazione. Pantaleone Mancuso (cl ’63) – nessun legame di parentela diretta con la più famosa famiglia dei Mancuso di Limbadi – in concorso con Vito Barbara, Antonio Criniti, Filippo De Marco e Domenico Bertucci erano accusati di essersi associati stabilmente per la coltivazione, il trasporto, lo spaccio e la cessione di sostanze stupefacenti (cocaina, hashish e marijuana). Partecipi all’associazione venivano indicati Pantaleone Mancuso, il nipote Alessandro Mancuso (condannato in appello a 2 anni e 8 mesi e non presente nel giudizio di Cassazione) e Domenico Bertucci, con Vito Barbara che, grazie all’intermediazione di Pantaleone Mancuso, avrebbe invece acquistato per conto di soggetti ancora da identificare dieci chili di stupefacente. Nel maggio 2018, Vito Barbara e Pantaleone Mancuso avrebbero poi acquistato sostanza stupefacente, del tipo marijuana, per un quantitativo pari a circa cinque chili da due persone di Rosarno.
Rispetto all’articolato tessuto motivazionale della sentenza di appello, che si sviluppa in maniera piana, esaustiva e convincente e che non presenta i vizi dedotti”, secondo la Cassazione il ricorso degli imputati “si limita a reiterare sterilmente le stesse doglianze già avanzate con l’appello, senza argomentare criticamente in ordine ad eventuali illogicità del percorso argomentativo seguito dalla Corte territoriale, non misurandosi affatto con la sua decisione. Dunque, sotto questo aspetto – sottolinea la Suprema Corte – ci si trova dinanzi ad un motivo di ricorso aspecifico, atteso che ignora gli snodi decisivi della motivazione”. Fondamentali per l’inchiesta “Demetra 2” che ha portato alle condanne per narcotraffico si sono rivelate le intercettazioni telefoniche.
I genitori di Matteo Vinci – Francesco Vinci e Sara Scarpulla – nel giudizio di merito si erano costituiti parte civile con l’avvocato Giuseppe De Pace nei confronti di Filippo De Marco e Antonio Criniti. Da ricordare che Vito Barbara (genero di Rosaria Mancuso) con altro processo è stato condannato in via definitiva all’ergastolo il 23 giugno dello scorso anno quale ideatore ed organizzatore dell’attentato con l’autobomba costato la vita a Matteo Vinci.