La chiusura di parte dell’edificio scolastico di contrada Bagneria, a Santa Domenica di Ricadi, e il trasferimento improvvisato di alcune classi in spazi giudicati inadeguati hanno fatto esplodere la protesta dei genitori degli alunni, che parlano apertamente di un’emergenza annunciata e chiedono al Comune spiegazioni puntuali su manutenzioni mancate e responsabilità istituzionali.

Secondo quanto denunciato, «non si tratta di un evento improvviso», bensì dell’esito di una situazione strutturale critica «nota da anni e legata a infiltrazioni dal tetto segnalate ripetutamente e mai risolte in modo definitivo». Perdite d’acqua e problemi strutturali, spiegano i genitori, «risultano risalenti ad almeno due anni fa», un elemento che rende «incomprensibile l’assenza di interventi risolutivi e di una programmazione seria».

Da qui una richiesta di chiarimenti pubblici rivolta all’amministrazione comunale. I genitori vogliono sapere «perché il Comune non è intervenuto per tempo» e come sia stato possibile che «un edificio scolastico costruito dopo anni trascorsi in immobili presi in affitto dal Comune e adattati a scuola sia stato lasciato in uno stato di totale abbandono». L’interrogativo, posto senza giri di parole, riguarda anche la natura delle scelte compiute: «Si tratta di una sottovalutazione grave del pericolo che si stava facendo correre ad alunni e personale oppure di una scelta consapevole di rinviare?».

A esasperare ulteriormente gli animi è il silenzio degli amministratori, giudicato assordante. «Anziché fornire spiegazioni e rassicurare i cittadini», denunciano i genitori, «si aggravano i disagi inviando la macchina della polizia locale a vigilare affinché nessuno si avvicini ai cancelli della scuola con le autovetture». Una misura che, in assenza di corridoi coperti o di altri ripari, finisce per avere effetti paradossali: «Nelle giornate di pioggia e vento i bambini arrivano a scuola inzuppati d’acqua».

Ma la preoccupazione maggiore riguarda le condizioni in cui si svolge ora l’attività didattica. Alcuni alunni risultano collocati in ambienti che i genitori non esitano a definire inadatti alla didattica: «Stanze prive di lavagna, senza termosifoni o climatizzazione, spazi angusti e non proporzionati al numero degli studenti». Una situazione ritenuta inaccettabile, tanto più «nel 2026», quando «si parla di “sgabuzzini” destinati a diventare aule». Alla precarietà degli spazi si aggiunge la perdita di servizi essenziali: «Tutti gli alunni sono rimasti privi di laboratori, di palestra e di aula magna, anche per quei pochissimi eventi che sempre più raramente si svolgono».

Altro nodo centrale è quello della trasparenza. Le famiglie contestano decisioni «calate dall’alto, senza confronto né comunicazioni chiare», con alunni e genitori «messi davanti al fatto compiuto senza che venisse aperto un dibattito aperto a tutte le parti interessate, finalizzato alla ricerca di una soluzione condivisa».

Non meno amara è la riflessione su quanto accaduto negli ultimi giorni. «Fa riflettere come interventi mai realizzati in anni, come la sistemazione dei servizi igienici e delle uscite di sicurezza della scuola primaria ospitante, siano improvvisamente stati effettuati in poche ore, proprio in concomitanza con l’emergenza e con la visibilità mediatica della vicenda». Un tempismo che, secondo i genitori, «rafforza la sensazione di una gestione reattiva e non responsabile, attivata solo quando il problema diventa pubblico».

Le famiglie respingono con decisione l’idea di dover «ringraziare per soluzioni di fortuna» e chiedono invece «rispetto, trasparenza e atti formali». Non sono più tollerabili, sostengono, «risposte vaghe o contraddittorie», né «un progressivo scaricabarile di responsabilità». La sicurezza degli edifici scolastici, ricordano, «è una responsabilità diretta del Comune, che non può essere elusa né delegata».