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Il ritorno della Corajisima anche nel Vibonese, la tradizione che collega la Quaresima alla Pasqua

Una tradizione ancora viva in Calabria grazie anche al lavoro portato avanti da appassionati e studiosi. Il ricercatore Bressi: «Le comunità hanno riacquistato conoscenza»

Il ritorno della Corajisima anche nel Vibonese, la tradizione che collega la Quaresima alla Pasqua
La corajisima, foto di Andrea Bressi

«La corajisima è tornata. E non solo nella tradizione orale e con qualche bambola appesa alle finestre o ai balconi. È tornata nei libri, negli articoli di giornale, nei blog. Le comunità hanno riacquisito conoscenza e non viene più identificata come qualcosa di arcaico o dalla connotazione negativa della “magaria”». Andrea Bressi, giovane ricercatore originario del Catanzarese, cantastorie, polistrumentista nonché referente regionale della Rete nazionale “bambole della Quaresima” racconta la “rinascita” di una pagina di “costume” locale che rischiava perdersi per sempre. Una rinascita che coinvolge anche i paesi del Vibonese, tra cui Briatico e Ricadi. [Continua in basso]

Lorena Costa e Andrea Bressi
La corajisima di Briatico realizzata dall’artista Lorena Costa e lo studioso Bressi

Ma che cos’è la “corajisima”?: «È un fantoccio raffigurante la vedova o la sorella di re Carnevale a seconda dei paesi. Rappresenta un periodo di “magra”, di lutto dopo gli eccessi. Per questo la bambola presenta fattezze non di bell’aspetto e un vestito lungo nero», spiega Bressi. Porta con sé due elementi simbolici: «il fuso e la rocca, attrezzi usati per filare la lana. Ma c’è ben altro. Rimandano allo scandire del tempo, lo scorrere della vita. Pensiamo alle moire o parche della mitologia greca e latina (una filava il filo della vita, una dispensava i destini, la terza tagliava), alla figura di Penelope che tesse la tela in attesa del ritorno di Ulisse, re di Itaca».  A seconda dei paesi, la corajisima tiene in testa oppure ai piedi un’arancia, una patata oppure un limone. «Molto dipende dai contesti territoriali. Nella Piana di Gioia Tauro si utilizza spesso l’arancia, il limone nell’area del Vibonese, Briatico in primis. Nell’agrume o nell’ortaggio venivano conficcate sette penne di gallina. Ogni penna corrispondeva ad una domenica che anticipava la fine delle penitenze e l’arrivo della Pasqua».  

L’allestimento a Maida

La corajisima deve la sua sopravvivenza alla tradizione portata avanti dalle anziane ma non rappresenta una prerogativa solamente calabrese. «Simili bambole venivano realizzate in diverse zone del Sud Italia: in modo particolare – afferma Bressi – in Puglia e in Campania. Poi ci sono alcune località, per esempio nel Crotonese e nel Vibonese, dove il rito è scomparso più velocemente. In altre aree, come nel Catanzarese, è rimasto più a lungo. Con la rete nazionale abbiamo realizzato una pubblicazione di tutti gli atti emersi nel convegno realizzato nel 2016. È stata una svolta. Finalmente il tema corajisima lasciava gli stretti confini territoriali, dei piccoli paesi per connettersi a qualcosa di più grande».
A Maida, nel locale Museo, le corajisime hanno trovato ospitalità. È stata infatti aperta una mostra per la loro valorizzazione e per permettere agli utenti di conoscerne la storia: «Quando mi recavo presso le case degli anziani per farmi raccontare le tradizioni legate a questo fantoccio, facevo realizzare una bambola tipica di quel paese. La mia raccolta è ora visitabile nel Museo della civiltà maidese dove ho cercato di raccogliere le pupattole di più aree della Calabria».

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