Chiesa e feste religiose, ovvero “senza sordi no si ‘ndi canta missi”

Un regolamento emanato dalla Diocesi nel 2009 stabilisce norme precise in materia di festeggiamenti religiosi, specie per ciò che riguarda l’aspetto economico. Regole che, nei nostri paesi, sono di fatto ampiamente disattese

Un regolamento emanato dalla Diocesi nel 2009 stabilisce norme precise in materia di festeggiamenti religiosi, specie per ciò che riguarda l’aspetto economico. Regole che, nei nostri paesi, sono di fatto ampiamente disattese

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di Angelo De Luca

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Questa mattina dalle colonne de “La Gazzetta del Sud – Vibo” un articolo di Vincenzo Varone riassume alcune norme emanate dalla diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea nel 2009, che tentano di regolamentare le feste di paese e le processioni, soprattutto in materia economica. Un articolo utile per capire, qualora ce ne fosse ancora bisogno e alla luce della recente polemica che ha visto coinvolti il vescovo di Mileto Luigi Renzo e il parroco della cittadina normanna don Giuseppe Di Carlo, in merito alla festa di San Fortunato, come la maggior parte dei nostri piccoli centri sia totalmente lontana dal rispettare questi consigli, che altro non sono che inviti alla moderazione nelle spese e negli eccessi utili, al contrario, per privilegiare lo spirito e la cristianità.

L’articolo 8, ad esempio, recita testualmente: “Non è consentito raccogliere offerte per le case, né prima, né durante la processione”. Inoltre, lo stesso articolo continua sottolineando come “deve essere garantito in tutti i modi l’anonimato e la libertà delle offerte”. Una tra le pratiche più diffuse nei paesi calabresi è certamente proprio quella di bussare alle case per un anno intero chiedendo soldi per i festeggiamenti del Santo. Un gruppo di persone appassionate e senza apparenti interessi, riunendosi in “comitati festa” con nome e per nome della chiesa locale e a totale devozione della fede, bussa alla porta dei cittadini, che alla domanda “chi è?” si sentono rispondere sempre “la Madonna”.

Certo, questa sarà pure antropologia e storia delle tradizioni culturali, ma il senso dell’articolo 8 pare abbastanza chiaro per contravvenirlo in più modi, visto che – per citare un aspetto – la garanzia dell’anonimato non è affatto garantita, fermo restando che già a prescindere non si dovrebbero chiedere questue. Chi vieta, ad esempio, una volta usciti di casa con l’offerta di vedere il contenuto della busta? La buona fede, ovvio. Ma chi ci crede? Chi crederà mai alla buona fede degli uomini che ancora oggi ripetono come un mantra “senza sordi non si ndi canta missi” o che nei paesi vivono perennemente con l’invidia e il rancore?

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La Chiesa, quella vera e non di parata, negli ultimi anni sta tentando di rifarsi una nuova immagine, che adesso punta alla parsimonia e alla modestia, alle logiche del risparmio e del basso consumo, soprattutto per quanto riguarda lo spreco inutile nelle feste di paese. E, infatti, nell’articolo successivo si legge ancora – per come scritto da Varone – che “sono da riprovare spese eccessive per i fuochi, luminarie e spettacoli vari che costituiscono una vera e propria offesa alle situazioni di difficoltà e bisogno, vicine e lontane a noi”. Su questa norma, che non a caso è consequenziale alla precedente “non chiedere soldi in giro”, cade per intero l’ipocrisia dei fedeli. Quante persone, nei paesi calabresi, si accontentano ancora oggi di una sobria festa religiosa fatta solo da messe, novene e processioni senza esaltazioni? E soprattutto chi frequenta la ricorrenza religiosa per tutto il tempo della sua celebrazione? E’ chiaro, non si scopre certo l’acqua calda, che il programma è sempre diviso tra paganesimo e fideismo, con la componente laica che sente di più la festa in virtù dell’ostentazione del sapere organizzare spettacoli degni di nota nel proprio centro, che la devozione reale allo spirito del santo.

La componente dell’orgoglio d’appartenenza sta, infatti, alla base di tutte le disgrazie. Sociali, culturali, umane e pure di ordine pubblico. In molti casi la festa religiosa diventa il luogo preferito d’incontro per veri e propri summit di “‘ndranghetiamenti” a vario titolo o addirittura la gara tra confraternite e paesi vicini su chi fa meglio dell’altro. Sembra doveroso fare una precisazione qualora non si sia capito il senso: si sta parlando di ricorrenze religiose, cioè teoricamente a totale uso e consumo della chiesa e del culto di un simbolo, non degli uomini che diventano cristiani un giorno all’anno. Tutto ciò che sta intorno, dai fuochi ai cantanti sul palco, dalle luminarie ai venditori ambulanti, è un di più, un ex-post, un aspetto che può anche non esistere. Esiste, erroneamente si chiamano tradizioni pagane, ma ben presto si traducono in millantazioni di promesse di fede, in circhi dell’ipocrisia, in fiere della vanità, in ostentazione del potere. Dei preti di paese e dei paesani stessi, complici costanti di uno sfacelo culturale che non fa altro che svilire il vero senso e la vera appartenenza alle sempre più abbandonate comunità locale. Attorno al prete di paese stanno sempre i migliori o – meglio precisare – quelli che si sentono i migliori. Migliori per classe sociale, importanza sociale, convinzione ed eredità. Non che gli altri siano esclusi, ma di certo non sono inclusi in tutti i processi chiave delle organizzazioni.

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E non si vuole nemmeno dire che taluni personaggi amici del prete, nonché il prete medesimo, facciano tutto questo per fregarsi i soldi della gente. A volte anche il solo fatto di essere all’interno di un piccolo apparato di potere è gratificante al pari di un furto di un milione di euro ai danni della collettività. Nei piccoli paesi soprattutto, dove la chiesa funge da assoluto attrattore di consenso o comunque di aggregazione. Ed è qui che i preti trovano maggiore terreno fertile. E’ qui che le leggi lasciano il posto alle opportunità. Non tutti i prelati seguono alla lettera il diktat della curia per il solo fatto che è più difficile scontrarsi con i propri fedeli, che con il proprio vescovo. Il maggiore prezzo da pagare, per chi si schiera contro le cosiddette tradizioni cristiano-popolari, è sicuramente l’ingiuria. In ogni paese il prete è aggettivato sempre a seconda del suo impegno a favore non di Cristo, ma del tacito consenso.

Un altro articolo menzionato dal giornalista de “La Gazzetta del Sud” è quello relativo al modo di fare festa: i festeggiamenti devono essere aggregativi e in linea con il principio della festa religiosa. Se abbia o non abbia ragione il vescovo Luigi Renzo non è dato sapere, ma basta fare mente locale e capire se in ogni paese il santo è rispettato perché è santo o, al contrario, è rispettato perché nella serata conclusiva il cantante sarà stato all’altezza delle aspettative dei partecipanti.

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