Leopoldo Parodi e gli albori dell’industrializzazione vibonese

L’ex senatore proveniente da famiglie dell’alta borghesia piemontese creò il cementificio ed a lui è intitolata la via più lunga di Vibo Marina
L’ex senatore proveniente da famiglie dell’alta borghesia piemontese creò il cementificio ed a lui è intitolata la via più lunga di Vibo Marina
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di Giuseppe Addesi

Con i suoi 2,2 Km è la via più lunga di Vibo Marina e forse anche la più importante, essendosi lungo di essa impiantati, negli ultimi anni, i principali esercizi commerciali della cittadina portuale. Sono in molti, però, a chiedersi chi era il senatore Parodi,  ovvero il personaggio al quale è stata intitolata l’importante arteria urbana e quale relazione abbia avuto con il territorio. In realtà il nome non è stato messo a caso, siamo anzi di fronte a una delle poche occasioni in cui il nome di una via, attribuito dalla toponomastica comunale, contiene una stretta relazione con il territorio, in un centro in cui le principali strade sono intitolate a personaggi che, benché illustri, non hanno avuto alcun legame con la storia del luogo (si pensi a Cristoforo Colombo, Amerigo Vespucci, Michele Bianchi, ecc.). Ecco allora che il nome di una via si carica di un significato storico che diventa di grande importanza poiché è capace di dare delle informazioni preziose. La nominazione delle strade è una cosa seria, significa dare alla città un segno della sua realtà e della sua storia. Fino a pochi anni addietro era possibile osservare, nei pressi del bivio per l’ex cementificio, la statua in cemento di un delfino posizionata nell’aiuola spartitraffico. Il delfino voleva richiamare il cognome Delfino che è strettamente collegato a quello di Parodi. [Continua]

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Via Senatore Parodi a Vibo Marina

Le famiglie Parodi e Delfino, appartenenti all’alta borghesia piemontese, iniziarono a essere legate da vincoli di parentela agli inizi dell’Ottocento e nel 1875, da Carlo Giuseppe Delfino e Marina Parodi nasce Leopoldo Parodi Delfino. Grazie alle disponibilità finanziarie della famiglia, Leopoldo si laurea in chimica industriale al Politecnico di Zurigo e poi si perfeziona nelle università tedesche di Lipsia e Breslavia. A soli 23 anni intraprende una solida carriera in campo industriale e diventa uno dei protagonisti dello sviluppo economico nazionale. Insieme a pochi altri, quali Pirelli e Falck, Parodi Delfino apparteneva alla nuova tipologia di imprenditore-manager e fu Giolitti a chiedergli di sostenere lo sviluppo industriale italiano. Il suo modo di rapportarsi con la forza lavoro fu quella di considerarla parte integrante dell’azienda, un capitale umano da difendere e sostenere. Nel 1937, dopo essere diventato presidente dalla “Calce e Cementi di Segni”, Leopoldo Parodi apre, nel programma di industrializzazione del Meridione, nuovi impianti per la produzione del cemento, fra cui quello di Vibo Marina, che nel tempo verrà assorbito dal colosso Italcementi. Nel 1939 fu nominato senatore del Regno ma, dopo la caduta del fascismo, l’Alta Corte chiese la sua decadenza dalla carica di senatore in quanto ritenuto responsabile, insieme agli altri senatori, di “aver contribuito a mantenere il fascismo e resa possibile la guerra”, ma nel 1947, dopo la sua morte, la richiesta di decadenza fu rigettata.

Oggi l’ingombrante e inquietante sagoma dell’ex cementificio, da lui creato, è parte  integrante dello sky-line di Vibo Marina, muta testimone di una ferita economica e occupazionale ancora difficile da rimarginare e che attende, finora senza certezze, la  possibilità di una sua riconversione.

La costruzione del cementificio fece da volano all’impianto di altre realtà industriali che, nel tempo, con la loro presenza,  fecero assurgere Vibo a terzo polo industriale calabrese. Si aprì un periodo di sviluppo economico, ma dopo qualche decennio il sogno si trasformò in un miraggio e oggi il territorio è diventato un cimitero di siti industriali dismessi, tutti preceduti dallo stesso prefisso: ex Cemensud, ex CGR, ex Saima, ex Gaslini, ex Basalti e Bitumi, ex Tonno Nostromo et cetera o, meglio, ex cetera.

Facendo un’analisi retrospettiva si può affermare che la scelta dell’industrializzazione sembrò, all’epoca, vincente, in un contesto nazionale che vedeva l’espansione inarrestabile del settore industriale a scapito del primario e anche gli inevitabili danni di natura ambientale sembravano passare in secondo piano rispetto allo sviluppo dell’occupazione. Oggi, alla luce di un fallimento che ha deturpato, forse irrimediabilmente, una delle zone più belle della regione, è lecito chiedersi se quella scelta fu oculata e lungimirante o non fu invece miope e imprevidente in quanto perse di vista la vera vocazione del territorio, quella turistica.