Vincenzo Ammirà, Anassilaos ricorda il poeta vibonese “scandaloso e maledetto”

L’associazione ha dedicato un incontro per celebrare il bicentenario della nascita dell’autore della Ceceide, poema sulla dipartita della più celebre prostituta di Monteleone. Perseguitato in vita, è stato riabilitato solo dal 1975
L’associazione ha dedicato un incontro per celebrare il bicentenario della nascita dell’autore della Ceceide, poema sulla dipartita della più celebre prostituta di Monteleone. Perseguitato in vita, è stato riabilitato solo dal 1975
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Al poeta vibonese Vincenzo Ammirà, anticipando le celebrazioni per il bicentenario della nascita (è nato a Vibo Valentia, allora Monteleone, il 2 ottobre del 1821) l’associazione culturale Anassilaos ha dedicato un incontro con la partecipazione della prof.ssa Francesca Neri e della responsabile poesia Anassilaos Pina De Felice che ha introdotto il tema e letto alcune delle liriche. L’intero incontro è disponibile da oggi domenica 25 ottobre sul sito facebook di Anassilaos e su You Tube. Su Ammirà, fino a non pochi decenni fa, ha pesato la nomea di “poeta maledetto”, osceno e blasfemo soprattutto per quel poemetto, “La Ceceide”, dedicato a celebrare la dipartita della più celebre prostituta di Monteleone, da pochissimi letto per intero, da pochi soltanto a stralci e da tutti citato per sentito dire che ancora oggi l’Enciclopedia Italiana definisce “pornografico”. L’opera, scritta in età giovanile, condizionò la vita dell’artista che viveva e operava in una realtà provinciale e chiusa come poteva essere la Calabria del XIX secolo. Egli non era uomo per tutte le stagioni e i regimi.

Fu fieramente antiborbonico, sostenitore della causa nazionale e questo gli costò sicuramente l’arresto e il carcere per avere l’occhiuta polizia borbonica trovato in casa sua, nel corso di una perquisizione, una copia manoscritta della Ceceide e addirittura il Decamerone di Boccaccio. Per questo il poeta fu accusato e condannato per «detenzione e scritto di canzone contraria al buon costume e di detenzione di libro che offende il buon costume». Il crollo del regime e l’arrivo di Garibaldi a Monteleone, di cui il poeta fu sostenitore, non cambiarono di molto la sua condizione. Egli era uomo di una sola stagione, incapace di “riciclarsi” e la sua dirittura ben poco gli servì con il nuovo regime savoiardo. Quando chiese di poter insegnare nel liceo di Monteleone, l’insegnamento gli fu negato proprio a causa di  quella condanna per oscenità che lo perseguitò per tutta la vita. Insegnò quindi privatamente e per due anni lavorò presso il locale ufficio del dazio.

La gran parte della sua opera rimase manoscritta (in vita pubblicò nel 1861 soltanto un volume di poesie giovanili) e spettò ad Antonio Piromalli, il grande studioso e sistematore della letteratura calabrese e a D. Scafoglio, nella premessa alla pubblicazione della Ceceide nel 1975, riscoprire e, per così dire, riabilitare il vibonese ponendo le basi per una visione critica matura della sua poesia. Ancora qualche anno e nel 1979, sempre a cura di Piromalli e Scafoglio sono stati pubblicati  gli altri due poemetti osceni di Ammirà, La Ngagghia e la Rivigliade. La Ceceide è la celebrazione della sessualità e dell’eros contro ogni condizionamento sociale, morale o religioso e si capisce come l’opera potesse urtare la sensibilità dei benpensanti sempre presenti in ogni tempo e ogni latitudine, anche per l’esplicita citazione di taluni personaggi ben conosciuti come il filosofo Galluppi (E Galluppi lu dotturi / puru avisti ammenzu a tanti /Chi t’amau di pacciu amanti, / ti chjavava a tutti l’uri /cu la sua filosofia / Cecia amata, Cecia mia …). C’è nell’opera come una traccia  lontana degli antichi riti greci che esaltavano la fecondità e il fallo. Nel poemetto di Ammirà al centro di tutto c’è la vulva di Cecia, la porta grande o porta segreta come la chiama il poeta e questo spiega la ritrosia di divulgare l’opera almeno fino alla pubblicazione del 1975. Il tema della prostituzione d’altra parte, sia in letteratura che in musica, da sempre si presta a censure.  Basti pensare alla celebre canzone di Fabrizio De Andrè,  quella Bocca di Rosa  che “metteva l’amore sopra ogni cosa”.