La Tonnara Santa Venere, con decreto del ministero della Cultura, è stata dichiarata bene d’interesse particolarmente importante ed entra ufficialmente nel patrimonio culturale tutelato dalla Repubblica.

Una esaustiva ricostruzione della storia della Tonnara Santa Venere, bene storico-culturale e, come si vedrà, anche vestigia di archeologia industriale, si deve al compianto ammiraglio Michele Piro, originario di Vibo Marina, che nel 2006 così scriveva sul periodico “Monteleone” diretto da Felice Muscaglione:

“È ancora lì, da oltre un secolo e mezzo, in corso Michele Bianchi, con il suo ampio, alto e bellissimo arco, aperto sul mare, con la cancellata in ferro battuto con lo stemma di nobiltà marinara: due tonni che si affrontano verso un monogramma intrecciato “GA” opera di artigiani trapanesi dell’800 e con entrambi i lati due targhe in marmo che ricordano e tramandano ai distratti passanti il nome di Carmelo Callipo, cavaliere della Corona d’Italia. La cancellata è sormontata da una sola grande stanza, quasi una torretta, una volta aperta sui quattro lati, da dove con un cannocchiale si seguivano le varie fasi della pesca della tonnara, e sormontata fino al 1970 dall’asta della bandiera che veniva issata quando la tonnara “levava cu scieri” (pesca grossa). Ed è ancora lì al centro, l’occhio ora spento e muto della sirena che scandiva il ritmo della giornata, con il suo lungo festoso saluto a mezzogiorno pausa per il lavoro.

Il monogramma GA della cancellata in ferro sta per Giacomo Adragna, barone trapanese che alla metà del XIX secolo venne in Calabria per impiantare tonnare, sulla spiaggia allora deserta di Santa Venere, accanto al recente primo porto, vi costruì una loggia, un’altra la costruì a Sant’Irene e poi a Corica e alla Praia. Nominò come amministratore-istitutore di tutte le tonnare e logge in Calabria, con 250/300 addetti, Carmelo Callipo, con sede a Porto Santa Venere. Carmelo Callipo svolse il suo compito con molta capacità, correttezza ed estrema onestà, tanto che il barone Adragna, alla sua morte, lo nominò erede di tutte le sue proprietà “al di là del Faro” come si diceva allora per indicare la Calabria nel continente. Carmelo Callipo si unì poi al fratello minore, Filippo, della Ditta a Pizzo intestata al loro padre Giacinto Callipo e Figli, che era stata fondata nel 1913 ed era specializzata nell’industria del tonno all’olio, ottenendo il brevetto di fornitrice della Real Casa.

La produzione industriale della Scia (Società Conserve industriali alimentari), avviata all’interno dei locali della Tonnara ormai dismessa, oltre che al concentrato di pomodoro ed ai pelati in scatola, si estese al tonno, al pesce luna in scatola, alla caponata di melanzane, alla cotognata contenuta in vasi di compensato e in cubetti, alle caramelle ed alla liquirizia, utilizzando le radici della zona di Briatico. Da ricordare che il sestuplo concentrato di pomodoro utilizzava, per la concentrazione finale, il calore del sole, per un prodotto molto richiesto dal mercato d’Africa. Ma nella Scia, nell’arretrata Calabria, è giusto si sappia che già dal 1926 anche le donne lavoravano in fabbrica e ciò costituiva un privilegio che solo qualche centro grosso del Nord poteva vantare. Le donne avevano la loro tenuta da lavoro (camice blu e cuffia), orario previsto d’allora vigente normativa, per loro venivano versati regolarmente i contributi previdenziali ed assistenziali. Nel momento in cui il prezzo del tonno pescato dalle tonnare locali raggiunse un livello di incompatibilità con i costi industriali, Giacinto si interessò – tra i primi in Italia – della refrigerazione ed importò il tonno da Berger, in Norvegia, facendolo arrivare a Vibo Marina in vagoni speciali, sulla deviazione marittima delle ferrovie dello Stato, sul molo. Nel periodo bellico, specie nel 1942-1943, gli abitanti di Vibo Marina erano tutti sfollati nelle campagne per sfuggire ai bombardamenti nemici. Un giorno il parroco, mons. Domenico Costa, disse a don Giacinto che i pochi parrocchiani rimasti erano ormai ridotti alla fame, e don Giacomo gli consegnò, senza pensarci due volte, la chiave del magazzino delle materie prime che mons. Costa aprì, consentendo a tutti di prendere quello che ancora conteneva”.