VIDEO | Dai barconi storici ai canti dei tonnaroti registrati da Alan Lomax, il museo immaginato dal nuovo direttore racconterà il rapporto tra uomo, mare e territorio. «Restituiamo dignità a una storia che ha fatto di Vibo Il centro del Mediterraneo»
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Con la nomina a direttore dello storico Antonio Montesanti, il Museo della Tonnara di Bivona si appresta ad avviare una nuova fase che promette di lasciarsi alle spalle anni di attese tradite, interventi improduttivi e questioni irrisolte. Il complesso di archeologia industriale di piazza della Tonnara, rimesso a nuovo grazie agli ingenti investimenti pubblici di cui ha beneficiato, punta ora dunque a ritrovare anche la sua anima più autentica: quella legata alle storie dei pescatori, dei Raìs, delle Signorie proprietarie, di un rapporto tra gli uomini, il mare e il grande pesce argentato, che non si fermava a pochi metri dalla battigia del mar Tirreno ma permeava in modo significativo anche l’entroterra, tanto da far dire, proprio a Montesanti, che quell’economia costiera aveva reso Vibo «il centro del Mediterraneo».
I motivi li ha spiegati, con la competenza e l’acume che lo caratterizzano, nell’intervista rilasciata al nostro giornale. Intervista che parte da una domanda che, come nella migliore tradizione, nasce spontanea.
Direttore, la riapertura del Museo della Tonnara rappresenta una sfida importante. Ma da dove si riparte?
«C'è molto lavoro da fare, ma è un lavoro che finalmente faremo istituzionalmente, creando un comitato tecnico-scientifico che possa rendere molto più snello, veloce e di qualità tutto ciò che si andrà a fare sulla Tonnara di Bivona. Entro la fine del 2026 o nei primi giorni del 2027, avremo a disposizione un museo vero e proprio, che sarà un museo di comunità, che racconterà la storia di una comunità costiera di tutta la provincia vibonese, che intorno alla pesca del tonno e alla sua organizzazione ha trovato risorse ed economie importanti».
Perché, nonostante il suo valore storico e culturale, questo progetto ha impiegato così tanto tempo a concretizzarsi?

«Perché, a mio avviso, a lungo tempo il mare è stato considerato una parte periferica della città di Vibo Valentia. In realtà, il mare è sempre stato centrale nello sviluppo della città, sin dall'epoca greco-romana e poi in quella medievale. Il Novecento ha un po' dimenticato il mare ma noi adesso abbiamo l'opportunità di riagganciarlo alla città e di riagganciare le comunità costiere della città tra loro, in modo che se ne comprenda il valore e si dia dignità a strumenti che erano propri di persone semplici, forse marginali, perché i pescatori non erano certo socialmente determinanti. Tuttavia va considerato che l'attività, nel suo complesso, in realtà era gestita da duchi e marchesi. Ed era un'attività che ha reso ricca la città di Monteleone, prima ancora che si chiamasse Vibo Valentia. Ecco, quest’attività va riscoperta perché ci consente di riconoscere un percorso identitario, che oggi può diventare anche un percorso di opportunità. A parte l’indotto turistico che potrà generare, questa struttura metterà a valore anche l'attività di quanti lavorano intorno al mare e dei pescatori. Io credo che loro si potranno riscoprire addirittura orgogliosi di appartenere, finalmente, a un gruppo sociale da sempre considerato marginale».
Il Museo custodisce un patrimonio straordinario fatto di barconi, strumenti da pesca, reti, ancore. Che cosa raccontano ancora oggi questi reperti?
«Questi barconi più che dei reperti da musealizzare, rappresentano un apparato didattico che ci aiuta soprattutto a capire la relazione tra l'uomo e l'ambiente, e quanto la natura stessa sia importante, in un giusto equilibrio, per rendere produttiva la comunità. Si pensi alle materie naturali che erano necessarie per montare un'attività di tonnara: le reti erano fatte di fibre naturali e quindi c'era la coltivazione del “gutumo” (in antico si chiamava Libanio e ne abbiamo una testimonianza toponomastica in Contrada Libanio), ma anche il sughero che serviva per i galleggianti si estraeva qui (e Contrada Sughero testimonia questa produzione). Poi il legno che serviva per le botti e per i barconi. Ancora il sale e l’olio per la conservazione. Erano tutte cose che producevamo in loco e che quindi rappresentavano una fonte di reddito non solo per i pescatori ma per tutto un indotto che abbracciava un vasto territorio. Oggi la pesca sembra quasi del tutto slegata dal territorio. Ebbene, un tempo, rappresentava invece un mondo che includeva artigiani come i maestri d'ascia, tante altre figure di lavoratori e gli stessi pescatori che con le loro storie, il loro vissuto, creavano a mare una comunità che poi aveva riscontro anche a terra. Ricucire questa storia con l'antropologia, la natura e il territorio è il modo migliore per esaltarla».
La cultura marinara e la tradizione della pesca possono quindi rappresentare ancora un fattore di attrazione turistica per il territorio?
«Certo che sì. In fondo un turista non viene dalle nostre parti solo per andare al mare. Ci viene perché trova una comunità accogliente, che sa mettersi in relazione. Ecco, offrire la relazione tra l’uomo e il mare che avevamo qui a Vibo, è un altro modo per attrarre interesse sul valore della storia della città e su quanto la storia della sua relazione con il mare le ha donato. Noi l'abbiamo un po' dimenticato, pensiamo che, in fondo, il mare ha donato ben poco, ma se pensiamo alla portualità e alla pesca scopriamo che ci sono delle testimonianze storico-archeologico, che rimandano alla notte dei tempi, che ci svelano come Vibo Valentia, e Monteleone prima, sia stata davvero il centro del Mediterraneo».
Un aspetto importante del Museo sarà rappresentato anche dalle ricerche etno-antropologiche sulle tonnare. In che modo verrà valorizzato questo patrimonio?
«Noi abbiamo la fortuna di essere consociati con la Fondazione Lomax e quindi di poter utilizzare tutto il materiale che è stato registrato qui, nel 1954, da Alan Lomax. I canti in particolare, verranno utilizzati per far comprendere come funzionava la tonnara, perché il canto non era soltanto un modo per rallegrare un momento di noia, ma era anche un modo che serviva per coordinare, dare ritmo alle varie operazioni della pesca e anche richiamare chi questo ritmo non lo teneva. E quindi far conoscere anche quest'aspetto, legato alla resa efficiente della pesca, è molto importante. Cercheremo di ricreare questo partendo dai barconi, perché proprio questi sono i barconi sui quali Lomax è salito per registrare i canti di tonnara. Quindi, vorremmo far respirare un’atmosfera di collaborazione con un antropologo che si è trovato dinanzi a un mondo che stava per scomparire: ricreare questo legame multimediale con i suoni significa per noi anche completare un lavoro che lui aveva iniziato nel 1954. Glielo dobbiamo, perché se non ci fossero state quelle registrazioni oggi non conosceremmo i testi e il significato di queste canzoni, e non è poco. Sarà un'esperienza immersiva in un mondo che non c'è più, ma i cui valori è importante conservare per capire bene il rapporto tra uomo e natura e il suo posto all'interno del territorio».


