Lsu e Lpu, 70mila euro per pagare gli stipendi a 40 lavoratori mai assunti

La Regione stanzia i fondi per cinque Comuni vibonesi dopo aver negato a lungo che il bacino dei precari esistesse ancora. E ora gli Enti non sanno come giustificare i pagamenti

La Regione stanzia i fondi per cinque Comuni vibonesi dopo aver negato a lungo che il bacino dei precari esistesse ancora. E ora gli Enti non sanno come giustificare i pagamenti

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Circa 70mila ero per consentire a cinque Comuni del Vibonese di pagare tre mesi di stipendio a 40 lavoratori Lsu e Lpu, che però non hanno mai preso ufficialmente servizio nel corso del 2018. Si arricchisce di un nuovo capitolo ricco di contraddizioni la vicenda che vede su fronti opposti i Comuni “ribelli”, cioè quelli che si sono rifiutati di stipulare nuovi contratti agli ex lavoratori socialmente utili, e la Regione, che invece ha sempre spinto per il rinnovo, garantendo che in futuro sarebbe stato possibile stabilizzarli. Ora ai piani alti della Cittadella sembrano aver rinunciato al muro contro muro e sono stati stanziati, a favore di 16 amministrazioni comunali, 142mila euro da utilizzare per pagare i sussidi, a prescindere, quindi, dalla stipula di nuovi contratti a tempo determinato. Metà dei fondi, come accennato, vanno a cinque Comuni vibonesi: Acquaro (15.663 euro per 9 lavoratori), Arena (26.106 euro per 15 lavoratori), Dasà (13.923 euro per 8 lavoratori), Pizzoni (12.180 euro per 7 lavoratori) e San Costantino Calabro (1.740 euro per un lavoratore).

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Ma pensare che la questione sia risolta sarebbe un errore. Innanzitutto perché i lavoratori socialmente utili e di pubblica utilità, in Calabria, non dovrebbero più esistere, a seguito del processo di stabilizzazione dei 5mila precari (tanti ne contava la nostra regione) avviato nell’autunno scorso sulla base di uno stanziamento nazionale (50 milioni di euro), deciso in extremis con un emendamento alla Legge di bilancio dello Stato, e in virtù degli impegni assunti dal Governo regionale alla vigilia delle elezioni politiche.

Garanzie, che, però, non hanno convinto tutti i Comuni calabresi, alcuni dei quali si sono rifiutati di stipulare nuovi contratti a tempo determinato in attesa che si completasse l’iter di stabilizzazione, temendo, per effetto della Legge Madia, di essere chiamati in futuro dagli stessi lavoratori a rifondere i danni della mancata dell’assunzione a tempo indeterminato. Questi Comuni ribelli hanno tenuto duro, nonostante le pressioni di sindacati e Regione, convinti che sino a quando non ci fossero state tutte le condizioni per la stabilizzazione (fabbisogno della pianta organica e copertura finanziaria certa), i lavoratori in questione – che è bene sottolineare sono fondamentali per l’espletamento delle normali attività degli Enti, nei quali operano ormai anche da 20 anni – dovevano rientrare nel bacino degli Lsu e Lpu, continuando a percepire il sussidio di circa 600 euro al mese. Impossibile, è stato risposto, perché il bacino non esiste più e indietro non si torna.

Ora, invece, arrivano questi 142mila euro, che sembrano confermare indirettamente la tesi dei Comuni più riottosi. È come se alla fine, dinnanzi all’ostinazione delle Amministrazioni che si sono rifiutate di stipulare i contratti e a fronte del crescente malcontento di centinaia di lavoratori restati senza reddito, la Regione abbia capitolato perdendo questo lungo braccio di ferro.

C’è però un’altra stranezza, forse la più eclatante: le convenzioni che giustificherebbero l’erogazione del sussidio non sono state mai firmate, proprio in virtù del fatto che la Regione aveva dichiarato finita l’epoca del precariato, arrivando poi ai ferri corti con i Comuni che non hanno accettato di allinearsi a quella che sembrava più una presa di posizione politica che un dato di fatto con adeguata copertura giuridica. Insomma, Le Amministrazioni interessate sono adesso alle prese con un dilemma di non facile soluzione: come giustificare nei mandati di pagamento l’erogazione delle somme arrivate dalla Regione, se gli 82 lavoratori che dovrebbero percepirle non hanno mai preso servizio nel corso del 2018 e, da un punto di vista burocratico, non esistono?    

Come se non bastasse, a rendere tutto più fumoso contribuisce il fatto che del decreto dirigenziale, con il quale si dispone il trasferimento dei fondi, il numero 2549 del 27 marzo scorso, sembra non esserci traccia sul Burc. Ma l’atto esiste, è firmato dal dirigente di settore Roberto Cosentino e dal responsabile del procedimento Pasquale Capicotto, ed è stato inviato ai 16 Comuni destinatari dei soldi. La mancata pubblicazione sul Bollettino regionale, però, ha messo in allarme sindaci e dirigenti che, sulla base di quella determina, dovrebbero disporre i pagamenti, generando nuovi dubbi. Tant’è che alcune amministrazioni hanno messo tutto in stand by.

Oltre ai Comuni vibonesi, gli altri enti destinatari dei fondi sono due sono in provincia di Catanzaro: Conflenti (12.182 euro per 7 lavoratori) e Platania (8.782 euro per 5 lavoratori); otto in provincia di Cosenza: Bonifati (1.740 euro per un lavoratore), Cellara (1.740 euro per un lavoratore), Praia a Mare (1.740 euro per un lavoratore), Rocca Imperiale (1.740 euro per un lavoratore), San Demetrio Corone (12.182 euro per 7 lavoratori), San Fili (1.740 euro per un lavoratore), San Giorgio Albanese (17.404 euro per 10 lavoratori) e San Gineto (10.442 euro per 6 lavoratori); e, infine, uno in provincia di Crotone: Casabona (3.480 euro per 2 lavoratori).