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Il crac del tour operator tedesco Fti gela Tropea: «Gli alberghi licenziano, la ‘ndrangheta è pronta e la politica sta zitta»

Il gruppo terzo in Europa è il principale canale di distribuzione di pacchetti turistici dalla Germania. Il suo fallimento ha colto di sorpresa gli operatori calabresi della Costa degli dei. Vasinton: «Sconcerta il silenzio del governo regionale e nazionale»

Il crac del tour operator tedesco Fti gela Tropea: «Gli alberghi licenziano, la ‘ndrangheta è pronta e la politica sta zitta»

Troppo grande per fallire? Non pare sia il caso del tour operator tedesco Fti Touristik, primo in Germania e terzo in Europa, con circa 90 filiali nel mondo, 6 marchi e 11mila dipendenti che ora vivono il momento più buio di un tunnel imboccato ai tempi della pandemia, che ha condotto infine all’apertura di una procedura concorsuale con i libri della società portati in Tribunale a Monaco il 3 giugno scorso. A subire le conseguenze del crollo, però, non sono soltanto i dipendenti del gruppo ma anche tutte le località turistiche che avevano in Fti il principale operatore per soggiorni prenotati dalla Germania e non solo. Tra queste, purtroppo, ci sono anche le località calabresi, a cominciare da Tropea, tra le mete più gettonate dal turismo straniero, dove Fti aveva ventilato investimenti futuri per 11 milioni di euro. Una doccia freddissima in vista dell’estate ormai alle porte.

Il grido dall’allarme degli albergatori

Allarmati gli operatori locali che hanno già in portafoglio prenotazioni per soggiorni che ora sono saltati. «Una situazione drammatica», afferma senza mezzi termini Massimo Vasinton, presidente dell’Associazione albergatori di Tropea (Asalt). «Molte strutture rischiano di andare a gambe all’aria, soprattutto quelle che non hanno la potenza commerciale per resistere all’impatto del fallimento di Fti e in passato non hanno diversificato i canali distributivi. Ci sono alcune strutture, infatti, che hanno tra il 70 e il 90 per cento delle prenotazioni effettuate esclusivamente attraverso il gruppo tedesco, primo vettore dei turisti che provengono dalla Germania. Ho notizia che in alcune strutture della Costa degli dei stanno già licenziando i dipendenti e stanno annullando le assunzioni stagionali che avevano in programma di fare».

Il silenzio di Governo e Regione

A sconcertare gli operatori è anche il silenzio del governo regionale e nazionale. «Nulla, nemmeno una parola di circostanza. Eppure il problema è enorme e riguarda non solo la Calabria, ma anche altre regioni come la Sardegna. La politica è distratta dalle elezioni, ma in casi come questi servirebbe maggiore vicinanza agli imprenditori, a prescindere dal contesto».

Ma c’è chi già si frega le mani

Lo spettro del fallimento già aleggia sulle imprese turistiche più colpite e con esso c’è un’altra ombra che si allunga sul settore: quella della ‘ndrangheta. «In situazioni così delicate bisogna tenere gli occhi aperti perché c’è sempre qualcuno pronto a “dare una mano” acquisendo le aziende in difficoltà. Un pericolo reale che rende ancora più sconcertante il silenzio di chi ci governa».

Come se non bastasse, ci sono i turisti sorpresi dal crac di Fti mentre erano già in viaggio: «A quanto mi risulta – afferma Vasinton – sono circa 65mila mila, nei vari Paesi, i viaggiatori che devono ancora rientrare in patria e ora si ritrovano a dover saldare i conti e pagarsi i voli. Alcuni sono disperati».

I rimborsi in Germania «a tempo debito»

La società tedesca ha diffuso comunicazioni ufficiali nelle quali si rammarica con i propri clienti per quanto avvenuto, fornisce le informazioni necessarie per tentare di ottenere un rimborso, ma avverte che «tutti i viaggi prenotati tramite FTI Touristik GmbH, 5vorFlug e BigXtra Touristik GmbH con data di partenza fino a venerdì 5 luglio 2024 compreso devono purtroppo essere annullati». In particolare, Fti si rivolge direttamente ai clienti e spiega: «Se avete prenotato un pacchetto turistico, nel vostro caso si applica la protezione assicurativa prevista dalla legge tedesca per la sicurezza di viaggio (“Deutscher Reisesicherungsfonds” – Drsf). La Drsf garantirà, nell’ambito del suo mandato legale, che i pagamenti vengano rimborsati a tempo debito. Verrai contattato non appena tutti i viaggiatori attuali saranno stati riportati indietro e la tua idoneità sarà stata confermata». Meno tutelato chi, invece di un pacchetto turistico completo, ha acquistato solo il soggiorno in albergo o il volo.

Per Tropea mazzata doppia

Per Tropea la mazzata è doppia, visto che nella Perla del Tirreno è operativa dal 2013 la sede italiana di Meeting Point, a lungo il principale tour operator che ha indirizzato i flussi turistici dalla Germania verso la Calabria, a cui corrisponde la catena degli MP Hotels che rientra nella galassia del gruppo Fti.

Un filo di speranza

Come accennato, i guai del gruppo tedesco vengono da lontano a causa di una perdurante mancanza di liquidità. Durante la pandemia di Covid, Berlino ha stanziato a favore di Fti quasi 600 milioni di euro, erogati dal Fondo di stabilizzazione economica, ma non è bastato a portarlo fuori dalle secche della crisi finanziaria. È andato male anche il tentativo di acquisizione da parte di un consorzio guidato dall’investitore finanziario statunitense Certares, che ha messo sul piatto 125 milioni. Ed è proprio questo particolare tutt’altro che secondario a far sperare ancora in un salvataggio sul filo di lana che però si è già rotto. Una fiammella su cui ha soffiato il giornale francese L’Echo Touristique, che ha riportato quanto avrebbe dichiarato Morgann Lesnè, alto esponente della banca d’investimenti Cambon Partners, che ha definito «prematuro e poco saggio considerare morta Fti». A suo dire, infatti, gli interessi in ballo sono così considerevoli che il fallimento non conviene a nessuno, a cominciare da «Certares, che ha già versato 125 milioni di euro, poi rivelatisi insufficienti». Ma non conviene neanche al governo federale tedesco «che con la chiusura di Fti dovrebbe certificare la perdita delle centinaia di milioni di euro versate al tour operator nel periodo della pandemia per mantenere in piedi l’azienda». Insomma, l’assioma “troppo grande per fallire” potrebbe tornare a essere la regola.

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