Cinghiali, Paolillo: «Questione mai risolta per convenienze politiche»

L’ambientalista del Wwf ironizza sul piano della Regione e svela gli interessi e la logica dietro la caccia all’ungulato
L’ambientalista del Wwf ironizza sul piano della Regione e svela gli interessi e la logica dietro la caccia all’ungulato
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La questione cinghiali è sempre attuale. Lo sa bene il Wwf che da anni si batte contro le politiche della Regione Calabria giudicate, nel migliore dei casi, «infruttuose». Lo ribadisce ancora oggi Pino Paolillo, che afferma come sull’ungulato, la Regione continui a «dare i numeri». Tutto comincia dal piano di abbattimento, con cui si prevedeva l’uccisione per due anni consecutivi di 3.375 cinghiali tramite le squadre di cacciatori selettori. Ma in un solo anno, «agendo a caccia chiusa, praticamente a tutte le ore, sono riusciti ad abbatterne solo 384». Ebbene, commenta il responsabile scientifico del Wwf, secondo la Regione, «nonostante i miseri risultati del piano», il problema «sembrava risolto», tanto che l’ente scriveva: “Per grandi linee ha conseguito l’obiettivo prefissato, vale a dire quello di fronteggiare lo sproporzionato aumento della popolazione di cinghiale, ad un livello sostenibile per l’ecosistema ed a limitare i danni arrecati alle colture agricole”.

Ovviamente non si è risolto nulla. «Viste le nuove proteste degli agricoltori, di nuovo le decine di articoli sul problema cinghiali, l’ennesimo piano regionale fotocopia e nuovi obiettivi “ad muzzum”, da realizzarsi, si badi bene, sempre dopo la normale stagione di caccia al cinghiale (ottobre-dicembre) che portò in tutta la regione all’abbattimento di 6059 capi nel 2016/17 da parte di oltre 500 squadre di cinghialai, e con un dimezzamento rispetto ai carnieri di tre anni prima».

«Per farla breve, dopo dieci anni – sintetizza Paolillo – siamo punto e a capo, ma stavolta la Regione decide sulla carta di fare sul serio e comunica in pompa magna di aumentare la posta: non più 3000, scesi poi a 500, ma, udite, ben“10.000 cinghiali” brutti, sporchi  e cattivi da abbattere “subito”, con nuove squadre di selettori in grado di distinguere in un attimo, al volo, il giusto capo da abbattere».

Il noto ambientalista la butta sul sarcasmo: «Personalmente tutta questa modestia non la capisco: se fino a qualche giorno fa si era detto che le orde suine ammontano a 300.000 capi (anche se non si saprà mai chi diavolo e con quale pazienza li ha contati uno per uno), perché limitarsi a farne fuori solo 10.000? E gli altri presunti 290.000 a chi li lasciamo, vista la loro oscena propensione ad accoppiarsi come maiali? Perché porre dei limiti alla provvidenza venatoria? Se non fosse per la libera circolazione di centinaia di persone armate per mezza Calabria anche in ore notturne, senza nessuna forma di controllo, paradossalmente proporrei di aumentare ancora di più: eliminiamoli tutti e 300.000, così si finisce questa manfrina e gli agricoltori, finalmente, non chiederanno più provvedimenti urgenti per l’emergenza cinghiali e i cacciatori, a missione compiuta, si daranno in massa alla bocciofila o al tressette. Dubito però che ciò avverrà mai, anche se i cinghiali fossero solo 10.000 e ciò per il semplice, elementare, logico motivo che i cacciatori non potranno mai rinunciare a mantenere sempre e comunque i loro bei cinghiali da fucilare per farsi i selfie o da portare in processione sui cofani insanguinati dei fuoristrada. Perché senza cinghiali non ci sarebbero più cacciatori di cinghiali. In fin dei conti io, sinceramente, i cacciatori li capisco: devono sparare e ammazzare animali: non sono mica Hare Krishna, né devoti del poverello d’Assisi. E anche i politici hanno tutta la mia umana comprensione: a loro interessa essere rieletti e i cacciatori e gli agricoltori votano, protestano, i cinghiali e i tordi no. Ma gli agricoltori ho qualche difficoltà a capirli, visto che, dopo aver assistito in silenzio per anni ai famosi “lanci” sui loro territori, continuano testardamente a voler affidare la soluzione del problema proprio a chi quel problema ha tutto l’interesse a mantenerlo in vita per i motivi succitati. L’unico risultato vero è che, proprio grazie al cinghiale e ai famigerati ripopolamenti, si potrà andare a caccia tutto l’anno: a loro lo spasso e la carne di cinghiale (sempre meglio di una misera beccaccia) e agli agricoltori i danni, che imporranno nuovi cacciatori, che provocheranno nuovi squilibri demografici tra le popolazioni degli ungulati, spingendo le femmine a procreare prima, e i branchi a diffondersi di più sul territorio, in un circolo vizioso che, così, non avrà mai fine. Dei famosi metodi ecologici, di catture nei recinti, di incentivi alle aziende per recinzioni meccaniche e elettrificate, neanche a parlarne. Ma niente paura : “Quod non fecerunt venatores facent selectores”. Parola di Regione Calabria».