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L’ex parlamentare fa autocritica e si candida alla segreteria regionale ma ora invoca trasparenza e partecipazione. E su De Nisi: «Una sconfitta la sua uscita dal partito»

Politica

«Ho sbagliato. Abbiamo sbagliato tutti». Ecco il Bruno Censore che non ti aspetti. Quello uscito ridimensionato dal voto del 4 marzo, ma pronto a rimettersi in gioco, «perché la politica non si fa soltanto da una postazione istituzionale, si fa per passione». L’ex parlamentare di Serra San Bruno, padre-padrone del Pd Vibonese, renziano della seconda ora e per questo più fedele al matto Matteo, che contro le urne ci è andato sbattere a tutta velocità portandosi appresso l’intero centrosinistra italiano, sa che è tempo di rimettersi in cammino, ma la strada è tutta in salita

Una prima tappa potrebbe essere la segreteria regionale del Pd. Una sfida difficile, perché va combattuta su un campo di battaglia molto più vasto del suo feudo elettorale. Ma Censore intende provarci, «perché - dice - ho avuto pressanti sollecitazioni in questo senso da numerose persone, ma voglio arrivare al traguardo passando per primarie vere e aperte a tutti». 

È strano sentirle dire questo. Proprio lei che ha dominato il partito vibonese a lungo, gestendo migliaia di tessere e decidendo chi dovesse fare il segretario provinciale, prima con Mirabello e poi con Insardà. Ora chiede partecipazione e trasparenza…

«La mia è un’autocritica. Se le cose sono andate come sono andate, e non solo in Calabria, significa che quel modo di gestire il partito era sbagliato. Il partito non può più essere solo appannaggio di qualcuno, non può ridursi a essere un luogo dove l’attività si svolge solo nelle segreterie dei rappresentanti istituzionali. Intendiamoci, però: questo approccio non è stato solo il mio, perché in assenza di circoli attivi, in mancanza di luoghi di discussione sul territorio, era inevitabile che si finisse a fare politica nelle segreterie di chi aveva un incarico istituzionale. Ora tutto questo deve cambiare».

In che modo?

«Recuperando il contatto con le persone, occupandoci dei problemi dei cittadini per ricostruire un rapporto che è venuto meno con ampi strati della società, come il mondo del precariato e del lavoro in generale. Se non facciamo questo il Pd rischia seriamente di scomparire».

Lei ritiene di avere più nemici nel partito o fuori?

«Ovviamente nel Pd. È così che funziona purtroppo. La competizione è molto più forte all’interno dello stesso schieramento».

Il suo principale “nemico” in casa è sempre stato l’ex presidente della Provincia, Francesco De Nisi, che recentemente ha deciso di uscire dal Partito democratico. Considera la sua resa una vittoria o una sconfitta?

«Quando un dirigente politico va via è sempre una sconfitta per chi resta, perché bisognerebbe riuscire a includere e non escludere. Nel caso di De Nisi, però, lui ha scelto il campo avversario. Una decisione legittima, ma che io non condivido perché sono stato sempre dalla stessa parte politica».

Recentemente, parlando con il nostro giornale, De Nisi l’ha accusata di aver influenzato a suo tempo il commissario straordinario della Provincia, spingendolo a dichiarare il dissesto dell’Ente. È vero?

«È una baggianata. Non ne avevo il potere né interesse di farlo. De Nisi farebbe bene a spiegare piuttosto perché la Provincia è stata portata al fallimento».

La terza giunta Oliverio è stata varata e lei non c’è tra i nuovi assessori, nonostante all’inizio fosse data per certa la sua nomina. Il governatore non ha mantenuto la parola che le aveva dato?

«Non c’è stata nessuna interlocuzione con il presidente Oliverio riguardo un mio possibile ingresso in giunta. Queste storia l’hanno inventata i giornalisti».

Quindi non è deluso?

«L’ho detto. Non c’era nessun accordo in questo senso, tanto più che la formazione dell’esecutivo è una prerogativa esclusiva del presidente. E poi se parliamo di Regione mica esiste solo l’incarico di assessore. Ma non sono in cerca di poltrone, altrimenti non avrei immediatamente ripreso servizio come insegnante tornando al mio vecchio posto (professore in un istituto professionale di Serra San Bruno, ndr). Essermi attivato per tornare a lavorare significa che dopo la sconfitta elettorale non ho marcato visita, non ho cercato scappatoie. Fare politica per me non significa esclusivamente occupare una postazione istituzionale».

Resta il fatto che, dopo l’uscita di Antonio Viscomi, il quale ha lasciato la vicepresidenza regionale per il seggio parlamentare, nessun altro vibonese ha fatto il suo ingresso nel nuovo esecutivo regionale. Non è che il patto con Oliverio prevedesse o Censore o nessuno?

«Basta, questa è fantapolitica. Non c’era alcun patto. E poi anche altri territori non sono rappresentati in giunta. Che manchi Vibo non vuol dire niente».