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Referendum: il fallimento di una classe politica avulsa dalla realtà e bocciata dai cittadini

Non passa la voglia di vendetta contro la magistratura che pure negli ultimi anni ha fatto di tutto per non farsi amare. Per gli italiani sono ben altri i problemi della Giustizia. Ecco le ragioni di una sconfitta annunciata

Referendum: il fallimento di una classe politica avulsa dalla realtà e bocciata dai cittadini
Il leader della Lega Matteo Salvini

Ed alla fine la risposta ad una politica inconcludente, dalle idee confuse e spesso in malafede è arrivata dal corpo elettorale che ha sonoramente bocciato i cinque quesiti referendari sulla Giustizia promossi dalla Lega e dai Radicali e sposati poi da Forza Italia che con il suo leader Silvio Berlusconi ha pure violato il silenzio elettorale (e non è neppure la prima volta che accade). I promotori dei referendum sono riusciti nella non facile impresa di affossare anche un istituto (quello referendario) che i padri costituenti avevano pensato per ben altre battaglie (e non a caso con la previsione di un quorum per la loro validità). Una precisa parte politica, invece, ha preferito utilizzarli per una sorta di vendetta contro la magistratura dimostrando quattro semplici cose: 1) di non aver capito nulla su cosa interessa realmente agli italiani; 2) di aver fatto raggiungere ai referendum percentuali fra le più basse di sempre quanto ad affluenza alle urne; 3) di non conoscere affatto la materia per la quale chiedevano ai cittadini di andare a votare; 4) di non essere mai entrati in un’aula di giustizia. [Continua in basso]

Tale parte politica e di opinione pubblica si è dimostrata completamente avulsa dalla realtà, non comprendendo che l’unica cosa che interessa davvero ai cittadini è la celerità dei processi penali e delle cause civili ed amministrative, e non certo se i membri laici del Csm (avvocati e professori universitari) debbano o meno poter votare nel Consiglio Superiore della magistratura al pari dei membri togati. Come nulla interessa agli italiani sul numero di firme che un magistrato deve raccogliere se intende candidarsi al Csm. Le percentuali raggiunte dal referendum sulla Legge Severino dicono invece chiaramente che gli italiani non vogliono politici (amministratori locali o regionali) incollati alla poltrona anche dinanzi a sentenze di condanna di primo grado per gravi reati (la Severino prevede per loro la sospensione temporanea per la durata massima di un anno e mezzo già dopo la sentenza di primo grado), così come non vogliono deputati e senatori che siedono in Parlamento nonostante condanne definitive. I promotori dei referendum volevano invece abrogare tale norma (la decadenza degli amministratori locali e regionali condannati in primo grado e dei parlamentari condannati in via definitiva) sull’obiezione della presunzione di non colpevolezza sino a sentenza definitiva. A parte il fatto che per i parlamentari la Severino riguarda la decadenza proprio dopo una sentenza definitiva (e ciò dimostra la pericolosa concezione dello Stato di diritto dei proponenti il referendum: quella secondo cui il voto popolare – magari ottenuto attraverso il controllo dei mezzi di informazione – “lava” tutto e pone il parlamentare anche al di sopra della legge), per gli amministratori locali e regionali l’unica strada da percorrere per evitare errori giudiziari irreparabili è quella di fornire i mezzi alla giustizia per celebrare i processi in tempi ragionevoli (e non certo con la legge Cartabia che butta tutto nella spazzatura con l’improcedibilità).

Temi per nulla affrontati dai referendum, figli di una politica giudiziaria che negli ultimi vent’anni – piaccia o meno – è stata dettata in Italia dagli avvocati penalisti e dalle Camere penali, ossessionati al pari di forze politiche come Forza Italia a cui a seconda dei periodi storici si sono uniti pure Lega, Fratelli d’Italia, socialisti, Renzi e il Pd – da quello che loro (e solo loro) definiscono come “strapotere dei Pm”. Tale politica giudiziaria (che trova sponda nei giornali berlusconiani e in quelli di Sansonetti) si può riassumere in tali termini: i giudici terzi sconfessano l’operato dei Pm con le sentenze? Ecco allora gli avvocati penalisti insorgere scandalizzati contro le inchieste ed i teoremi pericolosi dei Pm; i giudici terzi condannano e approvano le richieste dei Pm? Ecco gli avvocati penalisti insorgere per affermare che è la prova evidente che i giudici sono appiattiti sui Pm ed occorre separare le carriere. In sostanza per gli avvocati penalisti la giustizia è “giustaunicamente quando si registra l’assoluzione dei propri assistiti, sbagliata quando si arriva ad una sentenza di condanna.
Eppure sarebbe sin troppo facile ribattere a costoro che non può essere la separazione delle carriere dei magistrati la soluzione e che di certo è una garanzia in più per il cittadino avere un pubblico ministero che magari ha fatto prima dieci o più anni di carriera quale magistrato giudicante e quindi sa come ragionare in tema di valutazione delle prove. Va da sé, invece, che separando le carriere e non facendo parte di un unico organo giudiziario si aumenterebbe l’impostazione accusatoria dei Pm (ottenendo l’effetto contrario a quello che i penalisti lamentano). I pubblici ministeri infatti, non a caso, i padri costituenti hanno voluto fossero dei magistrati (e non dei questori, dei commissari di polizia o dei comandanti dei carabinieri o della finanza). Anche il referendum sulla custodia cautelare e la reiterazione del reato dimostra la malafede (o l’ignoranza, se si preferisce) dei proponenti, atteso che in tale casi la custodia cautelare in carcere si può applicare solo se la pena massima prevista per il reato in questione è superiore a quattro anni.

A fronte di tutto ciò, la magistratura – o meglio, una parte di essa – deve certo decidere oggi più che mai da che parte stare: se dalla parte dei cittadini e della Costituzione (e quindi amministrare giustizia in maniera imparziale e possibilmente celere) o dalla parte delle “sirene” politiche o peggio ancora della propria “casta”. E’ innegabile, infatti, che negli ultimi anni la magistratura ha fatto di tutto per non farsi amare dai cittadini: autoreferenziale, allergica alle critiche, incapace di ribattere ad argomentazioni capestro provenienti da una parte della politica e dell’avvocatura, in molti casi timida e succube della politica, a volte corrotta, a volte vagabonda, a volte a braccetto con la politica, spesso incapace persino di leggere le carte, con il caso Palamara che è lo specchio di ciò che è diventata parte della magistratura in questi anni. Naturalmente ci sono anche magistrati che in silenzio (e senza presenziare a “salotti” accanto a politici dai quali dovrebbero invece tenersi alla larga) lavorano ogni giorno facendo il proprio lavoro (crediamo ancora siano la maggioranza di loro).

Dulcis in fundo, nell’attuale situazione di sfascio della giustizia e della politica non possono essere taciute le responsabilità della classe giornalistica di questo Paese: spesso incapace di informare correttamente i cittadini, con limiti di comprendonio evidentissimi in molti casi e più attenta alle “sirene” della politica che a cercare di fare correttamente il proprio lavoro restando ancorata ai fatti. Anche per loro il tempo delle chiacchiere a ruota libera potrebbe essere finito davvero.

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