sabato,Maggio 25 2024

Autonomia differenziata, Rifondazione comunista Vibo contro il disegno di legge

Il sodalizio ha inoltrato al presidente del Consiglio comunale una proposta di ordine del giorno per esprimere contrarietà rispetto al metodo e merito del dl

Autonomia differenziata, Rifondazione comunista Vibo contro il disegno di legge

Il partito della rifondazione comunista di Vibo, da sempre in prima linea nella battaglia contro l’Autonomia differenziata, presente alle manifestazioni di Napoli e Cosenza insieme ad associazioni, sindacati, partiti, sindaci e cittadini, ha inoltrato al presidente del Consiglio comunale di Vibo una proposta di ordine del giorno contro il disegno di legge di Autonomia regionale differenziata. L’obiettivo è quello di esprimere contrarietà «rispetto al metodo ed al merito del Disegno di Legge sulla “Autonomia regionale differenziata” elaborato dal ministro per gli Affari regionali e le autonomie».

I lep

Il sodalizio fa rilevare: «Dai 9 articoli del Disegno di legge si evince che entro 12 mesi andrebbero definiti i Lep (Livelli essenziali delle prestazioni), tra l’altro già sanciti dall’art.117 della Costituzione, da parte dello Stato. I livelli essenziali delle prestazioni e che fino ad ora non sono mai stati definiti. Essi erano il preludio all’applicazione del federalismo fiscale e della perequazione di spesa, a partire da quella sanitari, terreno sul quale abbiamo visto, in questi tempi drammatici di pandemia, la disomogeneità di un servizio fortemente differenziato a seconda del territorio di residenza». Il Partito sottolinea inoltre che «l’articolo 3 del dl, proposto dal ministro Calderoli prevede, tuttavia, che passati i dodici mesi, si possa anche fare a meno dei lep ed utilizzare la “spesa storica” come criterio base cui fare riferimento per il passaggio delle ulteriori funzioni alle regioni che ne fanno richiesta».

I rischi dell’Autonomia differenziata

Pertanto «se l’autonomia differenziata si avviasse  basandosi sulla “spesa storica” si avrebbe un approfondimento delle diseguaglianze territoriali del nostro paese a tutto  vantaggio   solo le aree più ricche concentrate nel Centro/Nord d’Italia determinando, per altro, un evidente violazione degli impegni  che sottostanno al Pnrr finanziato in maniera così massiccia dall’Unione Europea  che pone proprio il superamento delle differenze territoriali, quale uno degli obiettivi strategici da perseguire». In tale contesto «l’autonomia regionale differenziata è una questione politica enorme ed estremamente delicata, che coinvolge in pieno il ruolo ed il funzionamento dello Stato, che investe i principi delle politiche pubbliche, i diritti di cittadinanza che, quindi, non si può liquidare con una sorta di “trattativa privata” fra il presidente di una regione ed il presidente del Consiglio o il Ministro delegato. Sono messe in discussione le fondamenta stesse di quel principio di unità del nostro paese che sta alla base della Costituzione Italiana che non a caso all’art. 5 ribadisce con forza che “La Repubblica è una e indivisibile” pur promuovendo le autonomie locali ed il decentramento amministrativo». La bozza del dl è «improntata ad una logica competitiva invece che solidaristica, a svantaggio di quei principi di uniformità ed uguaglianza, ed a solo vantaggio delle regioni più ricche. Tale bozza sembra negare ciò che sta alla base dell’unità politica, orientata a soddisfare interesse generali». In più il «miraggio “sventolato” dei lep non farà che ridurre ulteriormente le prestazioni che come amministrazioni locali possiamo offrire ai nostri cittadini, e se fino ad oggi non sono stati definiti e meramente per una questione economica. Lo Stato dovrebbe finanziare quegli enti che non hanno le risorse economiche necessarie per fornirli, è facile immaginare come farà la “cabina di regia” prevista a livello ministeriale a definirli, visto che nella bozza si dispone che il trasferimento di funzioni avvenga senza maggiori oneri per la finanza pubblica». La preoccupazione è che « si stia delineando all’orizzonte un quadro economico – sociale, di abbandono per il Mezzogiorno d’Italia, senza neanche riconoscere a questi territori il merito di aver contribuito al riconoscimento dei maggiori fondi Pnrr da parte dell’Unione Europea, che verranno ulteriormente tagliati al Sud Italia».

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