Su via Emilia e via Vespucci il materiale mescolato a residui urbani richiede uno smaltimento straordinario con costi alti. Il gruppo d’opposizione: «Se il Comune fosse intervenuto in 48 ore il problema sarebbe stato risolto. Adesso basta temporeggiare»
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Una situazione definita «drammatica», che da criticità gestibile si sarebbe trasformata in vera e propria emergenza. È quanto viene denunciato dal gruppo consiliare di opposizione Cuore Vibonese in merito allo stato in cui versano vie Vespucci ed Emilia, dove dopo l’ultimo evento ciclonico ingenti quantità di sabbia marina restano ancora sul piano stradale.
«Se si fosse intervenuti entro 24-48 ore, il materiale avrebbe potuto essere recuperato e riposizionato sull’arenile», sottolinea in una nota il gruppo di minoranza. «Un’operazione semplice, naturale», che però – secondo la denuncia – non è stata effettuata in tempo.
Il punto critico riguarda proprio le conseguenze del ritardo: «Il calpestio e la mescolanza con residui urbani hanno trasformato la sabbia in rifiuto», classificato con codice EER 20 03 03, ovvero residui della pulizia stradale. Tradotto: smaltimento obbligatorio in impianti autorizzati e costi per la collettività.
«Quello che era recupero naturale è diventato un onere straordinario», si evidenzia, mettendo in luce l’impatto economico della gestione tardiva.
Non solo. La permanenza della sabbia, aggravata dalle piogge successive, avrebbe generato ulteriori criticità: «Il materiale è stato trascinato nelle caditoie, ostruendo la rete di raccolta delle acque meteoriche». Una situazione che, si rimarca, «azzera la capacità di drenaggio».
Ora il rischio è di «possibili allagamenti anche in caso di piogge leggere», con la necessità adesso di interventi urgenti di autospurgo per evitare danni più gravi a strade e infrastrutture.
«Incompetenza, negligenza e mancanza di programmazione hanno trasformato una semplice pulizia in emergenza straordinaria - concludono i consiglieri Cutrullà, Tucci, Russo e Calabria -. Una gestione che mette a rischio cittadini e patrimonio pubblico. Il danno era prevedibile e si poteva evitare. È tempo di assumersi le responsabilità: basta inerzia, si intervenga al più presto».


