4 novembre | Il Parco delle Rimembranze luogo della memoria

Domani alle 10 su Corso Umberto I la consueta commemorazione in onore dei caduti. Ma la città custodisce anche un’area verde al cui interno ogni albero è dedicato ad un soldato scomparso in guerra. Tra questi Onofrio Addesi, partito giovanissimo per il fronte e mai più tornato

Domani alle 10 su Corso Umberto I la consueta commemorazione in onore dei caduti. Ma la città custodisce anche un’area verde al cui interno ogni albero è dedicato ad un soldato scomparso in guerra. Tra questi Onofrio Addesi, partito giovanissimo per il fronte e mai più tornato

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Negli anni immediatamente successivi al primo conflitto mondiale, si pensò di mantenere la memoria attraverso la piantumazione di un albero per ogni caduto di guerra, così inaugurando i cosiddetti parchi e viali “delle Rimembranze”. Una legge del 1923 rese poi obbligatoria l’istituzione di questi luoghi del ricordo.

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Il Parco delle Rimembranze di Vibo Valentia costituisce, pertanto, un patrimonio storico e culturale ma anche ambientale e rappresenta il mantenimento della memoria civile. In ragione di ciò diventa prioritaria un’azione di valorizzazione e di tutela di questo luogo. Nel centenario della Grande Guerra, abbiamo scelto la storia di uno dei 190 soldati vibonesi caduti nel primo conflitto mondiale e al quale venne dedicato uno degli alberi.

4 Novembre 1918. L’ultima battaglia di un soldato vibonese
Anche lui, come tanti altri giovani calabresi, era stato chiamato alle armi. Era il 1915 e l’Italia era entrata in guerra, ma a lui erano forse estranee parole come nazionalismo, irredentismo e tante altre che finivano con quello stano suffisso. Onofrio Addesi non fu però renitente e partì per fare il suo dovere di italiano. Lasciò la sua terra e la giovane sposa, che stava per dargli un figlio, e partì per un lungo viaggio attraversando tutta la penisola con destinazione la Venezia Giulia.

Al fronte fu assegnato alla 1374^ compagnia Mitraglieri Fiat. Entrò subito a contatto con gli orrori della guerra, vide interi plotoni di suoi compagni, in maggioranza meridionali e contadini, mandati al massacro nel cosiddetti “attacchi frontali” contro altri contadini che indossavano una diversa divisa, usati come carne da cannone. Non era un eroe, ma aveva fatto sempre il suo dovere. Fu per questo che, nel settembre 1918, gli venne concessa una breve licenza per permettergli di vedere il figlio appena nato.

Ripartì per il fronte avendo ancora negli occhi l’azzurro del mare vibonese e il viso del suo bambino. Le truppe italiane stavano per sferrare l’attacco finale a Vittorio Veneto ma gli austriaci avevano deciso di usare tutte le armi a loro disposizione, comprese quelle più letali. Quella mattina una nuvola giallognola, dall’odore acre, investì il suo reparto. Si trattava di “iprite”, il famigerato gas ustionante che provoca la morte fra atroci sofferenze.

Non fece in tempo ad indossare la maschera antigas o forse ne era sprovvisto (solo verso la fine della guerra l’esercito italiano si decise ad acquistare dagli inglesi delle maschere più efficienti). Venne ricoverato in fin di vita presso l’ospedale militare di Trieste, dove sarebbe morto qualche mese dopo, ufficialmente per “polmonite bilaterale”; ma in realtà i suoi polmoni era stati letteralmente distrutti dal gas.

I suoi resti rimasero inumati nel cimitero militare di Trieste fino al 1921, anno in cui vennero traslati verso il suo luogo d’origine. Per il suo sacrificio venne insignito, alla memoria, di una onorificenza militare e a lui venne dedicato uno degli alberi piantati nel Parco delle Rimembranze di Vibo Valentia.