A distanza di quasi un anno dal primo appello siamo ritornati nella casa di Maria Francesca Barbieri, la 61enne ex vigilessa di Pizzo, costretta a letto per via del suo peso. Pesava 200 chili, oggi ne ha persi circa 60. È rientrata dalla clinica di Napoli dove si era recata per un intervento di riduzione dello stomaco. Sognava di dimagrire e tornare alla sua vita normale, ma le sue condizioni di salute non hanno reso possibile l’intervento. Due mesi fa è stata dimessa. Ma ora sta peggiorando. Infatti non si alza più dal letto e convive con le piaghe da decubito. L’infermiera tre volte a settimana va a casa per le medicazioni, ma non basta. Il suo corpo, provato da cinque mesi di degenza, ha bisogno di recuperare. Maria Francesca deve fare fisioterapia. Ma il Don Mottola Medical Center di Drapia non ha più posti convenzionati con il sistema sanitario pubblico (la Regione ha finanziato solo la metà di quelli disponibili). 

«Se qualcuno ha la possibilità di potermi aiutare, che lo faccia, non si può essere sepolti vivi. Non è giusto per nessuno, neanche per un animale. Figuriamoci per un essere umano. Questa non è vita, non è neanche sopravvivenza», dice Maria Francesca dal suo letto.

Il ritorno da Napoli e l’intervento mai eseguito

Il viaggio a Napoli doveva essere l’inizio di una nuova fase. L’operazione per la riduzione dello stomaco sembrava a portata di mano, poi qualcosa si è fermato. Maria Francesca racconta quei giorni dal letto della sua abitazione. «Mi hanno trovato un’infezione. Però sono dimagrita da sola, come vede, ho perso quasi 50 chili».

Accanto a lei il marito corregge la cifra: «Sì, hai perso sicuramente 60 chili. Di conseguenza forse non è più necessario l’intervento». Poi prova a ricostruire il percorso affrontato negli ultimi mesi. «Siamo andati a Napoli grazie anche alla generosità di molte persone che ci hanno aiutato. Ma dopo una degenza nel reparto di pneumologia, il chirurgo che la doveva operare ha detto: prima la facciamo camminare e poi torna qua».

Le richieste di ricovero e l’attesa

Dopo il ritorno in Calabria iniziano nuove visite e nuovi accertamenti. «L’abbiamo portata a Catanzaro – racconta ancora il marito – le hanno fatto tutti gli accertamenti possibili e hanno detto che doveva andare in un centro di riabilitazione. L’unico presente in provincia di Vibo è quello di Drapia ma lì non c’è posto e dobbiamo aspettare».

«Sono una sepolta viva»

I mesi trascorsi in ospedale l’hanno indebolita: «Vorrei almeno sedermi, mettermi in una sedia a rotelle, uscire all’aria aperta, vedere gente», dice Maria Francesca. «Sono una sepolta viva», ripete.

Le piaghe da decubito sono diventate una sofferenza quotidiana, e quando le chiediamo se riesce ancora a camminare, la risposta arriva immediata: «No. Perché i muscoli si sono atrofizzati. Ecco perché ho bisogno della fisioterapia».

«Mi sento abbandonata»

Negli ultimi mesi la famiglia ha affrontato spese importanti per le cure. «Abbiamo speso tutti i soldi per le cure a Napoli», racconta Maria Francesca. Poi aggiunge: «Ora mi sento abbandonata».

A raccontare il peso quotidiano di questa situazione è il figlio Simone Pietro. «L’intervento non è stato possibile farlo, ma siamo felici lo stesso del risultato. Ora manca l’ultimo passaggio per tornare alla normalità».

Da quasi due mesi, spiega, la situazione è immobile. «Mia madre è legata in un letto. Prima riusciva ad alzarsi, ora non più».

Anche lui torna sulla necessità di un centro specializzato. «Abbiamo bisogno di un centro all’avanguardia. Io e mio padre abbiamo provato tante volte a metterla in piedi, ma non ci siamo riusciti. Ci hanno parlato del Don Mottola. Hanno detto che è uno dei migliori della zona. Abbiamo fatto richiesta, ma ci hanno riferito che lì non c’è posto».

Simone Pietro rivolge il suo appello al commissario straordinario dell’Asp di Vibo Vittorio Sestito: «La vita di mia mamma è chiusa in mezzo a quattro mura, non si alza, non riesce a muoversi e a spostarsi, non riesce a fare niente. Aiutateci».