Negli ultimi tempi il calcio giovanile ha attirato sempre maggiore attenzione non soltanto per i risultati sportivi, ma soprattutto per la necessità di difendere e custodire quei valori che dovrebbero accompagnare ogni partita. Il campo di gioco dovrebbe essere prima di tutto uno spazio educativo, un luogo dove i ragazzi imparano il rispetto delle regole, il confronto con l’avversario e il senso di appartenenza a una comunità sportiva. Eppure, sempre più spesso, episodi di tensione o comportamenti inappropriati in tribuna rischiano di oscurare lo sforzo quotidiano di allenatori, dirigenti e famiglie che lavorano con passione per garantire ai giovani atleti un ambiente sano, sereno e formativo.

Un esempio recente è quanto accaduto lo scorso 7 marzo al termine della partita Under 17 tra Bulldog Vibo e Union Kroton. Alcuni momenti di confusione in tribuna, che si sono poi spostati sul rettangolo verde, hanno richiesto l’intervento delle autorità. Tuttavia è fondamentale sottolineare un aspetto che non deve passare in secondo piano: i giovani calciatori hanno mantenuto un comportamento corretto sul campo. La gara, disputata con sportività da entrambe le squadre, ha dimostrato come lo sport giovanile resti, nella stragrande maggioranza dei casi, un luogo di confronto leale e di crescita reciproca, dove la competizione non cancella il rispetto.

La Bulldog Vibo e l’Union Kroton rappresentano da anni realtà calabresi impegnate nella crescita dei ragazzi e nella diffusione dei valori sportivi. Proprio per questo episodi isolati, spesso generati da comportamenti irresponsabili sugli spalti, non possono e non devono offuscare il lavoro silenzioso e costante di chi dedica tempo, energie e competenze alla formazione delle nuove generazioni.

È però altrettanto evidente che la responsabilità di proteggere questi spazi non può ricadere soltanto sulle società sportive. Serve una presa di posizione chiara e determinata da parte delle istituzioni sportive e delle autorità competenti. Chi non rispetta le regole e mina la serenità dello sport deve essere isolato con decisione, anche attraverso strumenti come i Daspo per chi crea disordini negli impianti sportivi e controlli più attenti nelle tribune. Non si tratta di punire indiscriminatamente, ma di proteggere chi vive lo sport con passione, correttezza e spirito educativo.

Il calcio giovanile, infatti, è molto più di una semplice competizione. È una palestra di vita. Qui i ragazzi imparano disciplina, collaborazione, rispetto delle regole e capacità di reagire alle difficoltà. Allenatori, dirigenti e famiglie svolgono ogni giorno un lavoro educativo prezioso, spesso lontano dai riflettori, ma fondamentale per la crescita dei giovani. Per questo episodi negativi devono essere riconosciuti per ciò che sono: casi isolati che non rappresentano la vera anima di questo movimento.

Ed è proprio da qui che deve partire una riflessione più ampia. La comunità sportiva ha il dovere di difendere ciò che di buono esiste, di non lasciare spazio alla violenza, alle provocazioni o a comportamenti che nulla hanno a che fare con lo sport.

Il principio deve essere semplice e chiaro: il bene deve avere il coraggio di isolare il male. Non basta condannare a parole certi episodi, ma occorre reagire con responsabilità e fermezza, perché quando il male non viene isolato finisce per contaminare ciò che di sano esiste.

Per questo il messaggio deve essere forte e condiviso da tutti: “Il bene isoli il male. O sarà finita”. Non è uno slogan, ma un richiamo alla responsabilità collettiva. Se lo sport giovanile vuole continuare a essere una scuola di valori, deve avere la forza di difendere sé stesso. Solo così il calcio potrà restare ciò che deve essere per i ragazzi: un gioco, una passione, una palestra di vita dove la vera vittoria non è il risultato sul tabellone, ma il rispetto che si dimostra dentro e fuori dal campo.