Pubblicita'

Carattere

La “conquista” mafiosa di Santa Domenica di Ricadi costa il carcere a vita per l’imputato, responsabile dell’omicidio di Saverio Carone e dei ferimenti di Pietro Carone e Ivano Pizzarelli

Cronaca

Ergastolo. La Cassazione ha rigettato il ricorso di Pasquale Quaranta, 54 anni, di Santa Domenica di Ricadi, che è stato quindi ritenuto responsabile in via definitiva di essere stato il mandante dell’omicidio di Saverio Carone e dei tentati omicidi di Ivano Pizzarelli e Pietro Carone. L’omicidio di Saverio Carone è avvenuto a Santa Domenica di Ricadi il 12 marzo 2004, mentre i tentati omicidi di Ivano Pizzarelli e Pietro Carone portano le date del 30 novembre 2002 a Tropea (riqualificato dalla Corte in primo grado nel reato di tentate lesioni personali aggravate) e il 6 giugno 2004 a Santa Domenica.

 Confermata quindi la sentenza emessa il 22 settembre dello scorso anno dalla Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro. Anche in primo grado, il 14 ottobre del 2015, si era registrata la condanna all’ergastolo per l’imputato. L’operazione “Peter Pan” che ha portato alla condanna all’ergastolo per Pasquale Quaranta era scattata nel dicembre del 2012 su indagini della Squadra Mobile di Vibo Valentia.

 Pasquale Quaranta (in foto), indicato dagli inquirenti come il nuovo boss di Santa Domenica di Ricadi e personaggio inserito nel più potente clan dei La Rosa di Tropea, è stato ritenuto il mandante dei tre fatti di sangue. Fondamentali per la ricostruzione accusatoria, sostenuta dalla Dda di Catanzaro, le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Peter Cacko, 45 anni, cittadino slovacco considerato un killer al soldo di Pasquale Quaranta. I fatti di sangue, ad avviso dei giudici, sono avvenuti nell’ambito di una “più ampia strategia criminale volta all’acquisizione del controllo del territorio nell’interesse della cosca mafiosa di riferimento”.

La strategia messa in piedi da Pasquale Quaranta sarebbe stata quella di conquistare il territorio di Santa Domenica azzerando il potere della famiglia Carone. Al centro della “contesa”, anche il predominio per “lo sfruttamento dell’opportunità economica rappresentata dai lavori di metanizzazione già deliberati dall’Italgas”.  Il gruppo La Rosa, a cui Pasquale Quaranta apparteneva, secondo le sentenze aveva infatti deciso di scalzare Saverio Carone, ritenuto dalle risultanze investigative “l’imprenditore locale che aveva il controllo sui lavori”. 

I fratelli Pietro e Saverio Carone ed Ivano Pizzarelli avrebbero fatto riferimento – ad avviso degli inquirenti – all’articolazione del clan Mancuso facente capo a Domenico Mancuso (figlio del boss Giuseppe Mancuso, cl. ‘49) ed allo zio Francesco Mancuso, detto “Tabacco”. Tale articolazione mafiosa si sarebbe contrapposta al clan La Rosa di Tropea – di cui Pasquale Quaranta faceva parte – capeggiato dai fratelli Antonio La Rosa, detto “Ciondolino”, e Francesco La Rosa, alias “U Bimbu”.

I La Rosa si sarebbero a loro volta alleati all’articolazione della cosca Mancuso facente capo ai boss Pantaleone Mancuso, alias “Scarpuni”, e Cosmo Michele Mancuso.

‘Ndrangheta: ritorna in libertà il boss di Tropea Antonio La Rosa

‘Ndrangheta: la Cassazione certifica l’egemonia del clan La Rosa a Tropea

‘Ndrangheta: clan La Rosa di Tropea, condanne in Cassazione

 

In evidenza

Seguici su Facebook