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Guasto meccanico, errore umano, sabotaggio? A distanza di 80 anni dalla tragedia in cui perse la vita il più illustre vibonese tutte le ipotesi restano aperte. Ma una, in particolare, potrebbe essere considerata la più attendibile ed è quella di un sabotaggio operato dai servizi di intelligence stranieri.

Un aereo "S.81"
Cultura

L’8 agosto 1935 l’agenzia di stampa Stefani diramava il seguente comunicato: «Il giorno 6 corrente partiva da Roma l’apparecchio “S.81” destinato per usi civili nell’Africa Orientale. Sull’apparecchio prendevano posto l’on. Razza e il suo segretario particolare dott. Minasi, nonché il barone Franchetti. Pilotavano l’apparecchio il magg. Boetani e il sottotenente Lavaggi; erano a bordo il motorista sergente maggiore Pirola e il marconista atlantico maresciallo Viotti. L’apparecchio, che aveva già al suo attivo circa 200.000 chilometri ed una precedente crociera Roma-Asmara-Roma, compiva regolarmente la prima tappa, giungendo al Cairo il pomeriggio del 6».

E, ancora: «Il mattino successivo, alle 5.20 locali, l’apparecchio partiva in condizioni atmosferiche ottime per l’Asmara, dopo aver pernottato nell’aeroporto di Almaza. Alle 5.31 il marconista era in contatto con Montecelio ed Asmara e inviava il seguente telegramma circolare: “Nr. 1 prot. Partiti Cairo ore 5.20 diretti Massaua stop a bordo tutto bene stop”. Ciò certificava che tutto procedeva regolarmente. Dopo d’allora più nulla. Iniziatesi, su richiesta immediata dell’autorità italiana, affannose ricerche da parte di apparecchi civili egiziani e militari britannici, nel pomeriggio d’oggi l’apparecchio è stato ritrovato sulla rotta Cairo-Asmara a circa 15 miglia di distanza dal Cairo. L’equipaggio e i passeggeri sono deceduti. Il gen. Pellegrini, con tecnici del Genio Aeronautico, è partito in volo alla volta del Cairo per una inchiesta».

Le conclusioni della commissione d’inchiesta furono ambigue e, forse per opportunità politica, non avvalorarono nessuna ipotesi sulle cause dell’incidente: «la causa diretta della catastrofe rimane nella più profonda oscurità». Ma il sospetto che fosse opera di sabotatori inglesi rimase alto. In una nota informativa riservata, indirizzata a De Bono, veniva scritto: «nei riguardi della dolorosa sciagura del Cairo, l’ipotesi che man mano si va facendo luce è quella del sabotaggio mediante il mescolamento di sostanze esplosive agenti a 100° nell’olio di lubrificazione fornito al Cairo, si è infatti verificata una simultanea esplosione dei tre motori».

La figura-chiave dell’intera vicenda era forse quella di Raimondo Franchetti, un noto esploratore dell’epoca che si era distinto in molte imprese. Franchetti stava infatti attivamente preparando le attività di intelligence per convincere le più importanti tribù dell’Eritrea a ribellarsi all’Etiopia.

Nella foto il monumento dedicato alle vittime del disastro a Il Cairo

Nel 1935 l’Italia si preparava ad invadere l’Etiopia, in contrasto con gli interessi inglesi nell’area, per cui la prima domanda da porsi è : che cosa ci facevano degli italiani al Cairo nel 1935, cioè in un territorio che si trovava sotto dominio inglese in piena era fascista? Seconda domanda: qual era il ruolo assegnato a Luigi Razza, ministro dei Lavori Pubblici?

Sono, questi, interrogativi, destinati a rimanere per sempre senza riposta.

 

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