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Le realtà del comprensorio agricolo di Maierato, che comprende i territori di Pizzo, Sant’Onofrio, Stefanaconi e Filogaso, dicono basta ai danni alle colture, chiedono l’azzeramento della popolazione di ungulati, norme più permissive sulla caccia e maggiori tutele economiche

Ambiente

Gli agricoltori del comprensorio agricolo che fa capo al comune di Maierato (e che comprende i territori coltivati di Pizzo, Sant’Onofrio, Stefanaconi e Filogaso) si chiedono «sempre più drammaticamente, se è ancora possibile continuare ad esercitare il proprio onesto e sudato lavoro». 

A minacciarlo «il dissesto ambientale, che oggi si esprime con la presenza devastante dei cinghiali nelle aree agricole (non vocate alla riproduzione ed al mantenimento della specie), diventa sempre di più fattore limitante ed ostativo di diverse colture. Al punto che si sono già modificati gli assetti colturali, con fortissime ricadute economiche e tecniche per le imprese agricole, già alle prese con altri problemi di un territorio difficile dal punto di vista ambientale, sociale, economico e burocratico». 

Si parla, non a caso e con responsabilità, di «dissesto vero e proprio, perché oggi l’invasione dei cinghiali rappresenta non solo danno che compromette l’esercizio dell’agricoltura, in ogni sua forma ed espressione, ma è anche fattore che concorre alla franosità ed alla instabilità dei terreni, con gravi danni per intere zone rurali già alle prese con l’abbandono del territorio ed eventi climatici estremi». 

Per gli agricoltori, che si sono riuniti in un comitato, «un ulteriore elemento di fortissima preoccupazione è costituito dai rischi sulla salute degli allevamenti domestici e degli abitanti dovuti alle malattie che possono essere trasmesse dalla specie selvatica. E’ il caso della tubercolosi dovuta al batterio Mycobacterium, di cui sentiamo sempre più parlare fra gli addetti ai lavori ed i diretti interessati alla caccia al cinghiale». 

All’origine del problema «una dissennata pianificazione e gestione del territorio rurale e montano. Sono ormai numerose le ricerche e gli studi che certificano come la causa del tutto sia ascrivibile per lo più all’immissione ai fini venatori di animali provenienti dall’incrocio di diversi ceppi, estranei alle caratteristiche ambientali e naturali dello stesso contesto. Per non parlare poi della superficialità con cui si sono considerati e si considerano le dinamiche fra le diversi componenti biologiche degli ecosistemi, che caratterizzano i nostri territori agricoli». 

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Altro capitolo «il risarcimento dei danni alle imprese agricole causati dai cinghiali. Un diritto stabilito dalle leggi - spiegano gli associati -, che è stato oggetto miserevolmente dalle diatribe della burocrazia pubblica, con usuali disservizi e ritardi, cioè una ulteriore umiliazione dell’onesto lavoro degli agricoltori». 

Oggi il problema, prima ancora che di carattere economico, si pone «nei confronti dalla dignità di chi vive e lavora in agricoltura, componente fondamentale del territorio e della nostra società». Per questi motivi, come detto, gli agricoltori del comprensorio si sono già costituiti in un Comitato spontaneo di lotta e di rivendicazione dei propri diritti, consapevoli «di dover assumere un ruolo diretto ed attivo, per la soluzione dei problemi denunciati. Un Comitato che intende perseguire prima di tutto proposte concrete, da realizzare con il contributo di ogni soggetto protagonista interessata, di natura pubblica o privata». 

Si chiede, in particolare, il ripristino delle condizioni minime di equilibrio fra l’agricoltura e le altre componenti ambientali attraverso «l’azzeramento della popolazione dei cinghiali nelle aree agricole non vocate. E’ un obiettivo che dovrà essere perseguito attraverso la sinergia di ruoli diversi (istituzioni pubbliche, enti di ricerca, organizzazioni economiche e civili, imprese agricole) e la messa in atto di azioni, non necessariamente collegate alla sola attività venatoria». 

Queste nel dettaglio le proposte avanzate: «Attivazione di un programma di cattura comprensoriale (con apposite trappole) degli animali, da destinare all’allevamento biologico ed amatoriale, previa supervisione degli istituti dell’Ispra (e degli istituti scientifici che si vogliono coinvolgere) e delle autorità sanitarie competenti in materia di igiene e salute pubblica; l’autorizzazione agli agricoltori ad utilizzare squadre di cani addestrati per il disturbo e l’allontanamento dei cinghiali dalle colture, nei momenti critici della coltivazione; l’autorizzazione alla caccia singola al cinghiale sui propri terreni, da parte degli agricoltori e dei propri coadiuvanti aziendali già in possesso di permesso di caccia; l’incremento dei selettori singoli e snellimento delle procedure burocratiche; l’aumento dei giorni di caccia delle squadre di cacciatori autorizzate; lo snellimento delle procedure burocratiche relative al pagamento degli indennizzi dei danni alle colture causati da cinghiale; l’accertamento della presenza della tubercolosi diffusa dai cinghiali e predisposizione di un piano di prevenzione e di intervento». 

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Quindi la promessa: «su questi punti daremo tutto il nostro impegno e la nostra determinazione. Sarà costituito un fondo di solidarietà e sarà dato mandato ad un unico apposito ufficio legale per la tutela degli interessi di tutte le aziende agricole aderenti al Comitato, che subiscono i danni alle colture ed i ritardi dei pagamenti degli indennizzi previsti dalle norme vigenti». 

Il “Comitato Maierato: per la difesa della dignità del popolo agricoltore!” fa «appello agli agricoltori di altri comprensori alla mobilitazione, confidando che le iniziative di impegno e di rivendicazione assunte a livello locale si ritrovino in un coordinamento regionale, in grado di far tesoro delle esperienze e delle proposte di tutti i territori».

Lacnews24.it
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