mercoledì,Maggio 12 2021

IL RICORDO | Ciao compagno Gino

Del compagno Gino Petrolo ricordo le cose semplici, come quel sorriso sotto i baffetti staliniani, anche se egli era più un “meticcio maoista-guevariano con sfumature trotzkiste” (quando glielo dicevo, così per sfotterlo un po', veniva giù dal ridere)

IL RICORDO | Ciao compagno Gino

Quando hai la bestia davanti è dura. Negli ultimi mesi, di tanto in tanto, provavo a infondere fiducia e coraggio a suo figlio Pasquale, un collega e un amico: “Lo sai che tipo è tuo papà, ha la pelle dura, quello è comunista, non lo butta giù nessuno…”. E Pasquale quasi sorrideva, sentivo la sua voce vibrare, in quell’attimo d’illusione in cui forse dimenticava il più nefasto dei destini possibili. Perché un uomo, in fondo, davanti alla sofferenza di una persona che ama, si aggrappa a tutto pur di alimentare la speranza.

Aveva visto suo padre, il compagno Gino, cadere e rialzarsi sempre davanti alla bestia. Pur ferito ha lottato fino alla fine, com’era nella sua natura. Quando però ti giunge la notizia che la bestia ha vinto, allora ti si spezza di nuovo il cuore. Sarà pur vero che a volte Dio chiama a sé i migliori, ma non è giusto che le persone buone debbano soffrire così tanto. E Gino Petrolo era una persona buona.

Potrei raccontare la sua storia, la sua carriera politica. Preferisco raccontare la sua umanità, il suo modo di essere. Stringemmo amicizia quand’era assessore provinciale all’Agricoltura. Erano gli anni della Quercia e dell’Ulivo, gli anni in cui, finito il grande vecchio Pci, era iniziata l’evoluzione del Pds che poi perse la “P” e, più avanti, la recuperò, perdendo però, amaramente, la lettera più importante, la “S”.

La Sinistra piange la scomparsa di Gino Petrolo

Erano gli anni della giunta provinciale guidata da Gaetano Bruni, che a quel tempo aveva un potere politico pressoché assoluto sul territorio. Lavoravo al Quotidiano della Calabria e randellavo sul presidente della Provincia e sulla sua Giunta che era una meraviglia. Gino mi chiamava spesso, contestava i miei articoli, ne discutevamo. Lo faceva con sobrietà, con gentilezza, a volte anche con veemenza. Sempre, comunque, contestava con qualcosa che molti politici e politicanti, già allora, avevano perso: contestava con rispetto per il mio lavoro e, soprattutto, con educazione.

Talvolta iniziavamo a discutere di una pratica, di una delibera tra quelle che non mi convincevano e venivano pubblicate con titoli di testa sul giornale, poi finivamo col parlare delle teorie marxiste applicate al contesto locale di fine millennio: insomma, eravamo due folli al telefono e, quando ci accorgevamo della nostra deriva, chiudevamo con una grassa risata.

Del compagno Gino ricordo le cose semplici, come quel sorriso sotto i baffetti staliniani, anche se egli era più un “meticcio maoista-guevariano con sfumature trotzkiste” (quando glielo dicevo, così per sfotterlo un po’, veniva giù dal ridere).

Era uno tra quelli con cui c’era la giusta confidenza, che poteva anche chiamarmi per dirmi di “non scrivere”. Non l’ha mai fatto e non perché sapeva che avrei agito comunque di testa mia, ma perché per Gino il termine “rispetto” aveva valore.

Oggi penso a lui, al fiume di persone ai suoi funerali e provo una profonda tristezza. Penso soprattutto a suo figlio Pasquale, a suo fratello Fortunato, che ho abbracciato con tutto l’affetto possibile. Penso al suo nipotino, il piccolo Gino: nel terzo millennio non crescerà comunista come il nonno, come il nonno, però, sarà un persona perbene.

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