lunedì,Settembre 20 2021

Le istituzioni non ignorino l’appello lanciato dal collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso

La lettera di due attiviste del movimento delle Agende rosse al presidente della Repubblica, ai ministri di Giustizia e Interno e al Csm

Le istituzioni non ignorino l’appello lanciato dal collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso

Riceviamo e pubblichiamo una lettera indirizzata al Presidente della Repubblica, al Ministro della Giustizia, al Ministro dell’Interno, al Consiglio superiore della magistratura

In un Paese civile e democratico il compito delle Istituzioni non può prescindere dalla tutela dei diritti di ogni singolo cittadino, specie quando si tratta di minori che vengono privati della possibilità di autodeterminarsi e di crescere in un ambiente sano e avulso da logiche criminali. È per questo che facciamo nostro il grido di allarme del collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso, che, dalle colonne di LacNews24, denuncia la situazione paradossale nella quale si è trovato dopo aver deciso di “saltare il fosso” e iniziare la collaborazione con i magistrati. Emanuele Mancuso è il rampollo del clan Mancuso di Limbadi, una delle famiglie ‘ndranghetiste più potenti al mondo. Figlio dello storico boss Pantaleone, detto l’Ingegnere, e inesorabilmente legato dalla nascita all’ambiente criminale della ‘ndrangheta, il giovane Emanuele Mancuso ha deciso di intraprendere la via della collaborazione con la giustizia da circa due anni, sfatando il mito dell’incondizionata devozione alla famiglia di appartenenza. Si tratta infatti del primo collaboratore di giustizia del clan Mancuso, orgogliosamente arroccato dietro il più assoluto riserbo da oltre un secolo di attività criminale. Ma la storia di Emanuele, dicevamo, è paradossale. Perché, se da un lato ci dimostra che anche nel più irriducibile dei clan può levarsi una voce di dissenso, dall’altro ci ricorda l’ineluttabilità di certe dinamiche criminali, che purtroppo continuano ad incidere pesantemente anche – e forse soprattutto – su chi è ancora incapace di decidere per sé e che per questo, ancor di più, andrebbe tutelato.

Il rampollo dei Mancuso, sul quale oggi pende una taglia di un milione di euro, ha iniziato a collaborare proprio in coincidenza della nascita della figlia, alla quale sperava di dare un futuro migliore. Motivo per cui aveva chiesto e ottenuto che lei e sua madre, la compagna Nensy Vera Chimirri, entrassero nel piano di protezione e lasciassero la Calabria. Opzione che però la donna ha rifiutato, preferendo rimanere legata alla famiglia del compagno.

Dalle parole di Mancuso emerge tutta la frustrazione di un padre costretto a vedere la propria bambina utilizzata come merce di scambio e strumento di ricatto per convincerlo a ritrattare la propria collaborazione.  La bambina, di soli trenta mesi, è di fatto in mano alla ‘ndrangheta, come confermano le intercettazioni e il procedimento a carico della madre e della zia del Mancuso, arrestate per minacce. “Ritratta o non vedrai più tua figlia”. È questo il livello delle pressioni cui è costretto a far fronte il collaboratore. Ma, soprattutto, è a questa condizione di ricatto che viene degradato il diritto di una bambina ad avere una vita quanto più possibile normale, fuori dalle logiche mafiose e dare a lei la possibilità di respirare aria più sana. Mancuso ha presentato al Tribunale dei Minori di Catanzaro una richiesta di allontanamento della minore dalla Calabria, con collocazione in località protetta. Ma per ben tre volte si è visto rigettare l’istanza dal Tribunale, che invece, con decreto provvisorio, ha incaricato la madre di occuparsi della bambina nonostante quest’ultima non si sia mai dissociata dalla famiglia e dalle logiche criminali che la governano. Con questa decisione, il Tribunale dei minori di Catanzaro sembra aver ignorato la risoluzione del 31 ottobre 2017 approvata dal Consiglio Superiore della Magistratura in materia di tutela dei minori nell’ambito del contrasto alla criminalità organizzata, che prevede il trasferimento in località protetta per il minore figlio di collaboratore o testimone di giustizia. Secondo Mancuso – e come confermato da alcune intercettazioni e dal materiale rinvenuto sul telefono del boss Pantaleone al momento dell’arresto – ci sono state ingerenze da parte della famiglia nel procedimento pendente presso il Tribunale.

In una proposta di legge del 2019 del dottor Roberto Di Bella Liberi di scegliere firmata dai deputati Nesci, Dora e Bologna, per la protezione e l’assistenza dei minorenni in condizioni di rischio fisico o psicologico appartenenti a famiglie inserite in contesti di criminalità organizzata, si legge che “nel solo anno 2016, in Calabria, ben 23 minori sono stati arrestati e 63 hanno fatto ingresso nell’istituto penale di Catanzaro. In quell’anno, inoltre, il servizio sociale della giustizia calabrese ha avviato a percorsi di accompagnamento psicologico circa 1.115 minori e giovani adulti”.  Le organizzazioni criminali, ben radicate nel nostro Paese, arrecano un danno incalcolabile alla tenuta del sistema sociale e attraggono e irretiscono soprattutto quei minori costretti a vivere in determinati contesti criminali.

Possibile che nel 2021 nel nostro Paese ci si debba ancora rassegnare alla ineluttabilità di certe dinamiche? Possibile che un Tribunale dei Minori rigetti per tre volte la richiesta di un padre di mettere in salvo sua figlia da un mondo criminale?

Il diritto alla vita, alla sopravvivenza e allo sviluppo sano dei bambini è sancito dalla nostra Costituzione, oltre che dalla Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Ed è alla difesa di questo diritto che si ispira la già citata risoluzione del Consiglio Superiore della Magistratura approvata dalla VI Commissione, che al punto 6, affronta proprio il tema della “tutela dei minori figli di testimoni o collaboratori di giustizia”. La risoluzione – che sottolinea come, in alcune realtà, “il coinvolgimento di minorenni anche non imputabili in attività delittuose è norma di vita” – ha carattere vincolante e impone agli uffici giudiziari di adeguarsi.

Possibile che, ignorando tutto ciò, una bambina di trenta mesi possa essere utilizzata come strumento di pressione e ricatto nei confronti di una persona che ha deciso di collaborare con la giustizia?

Quello che chiediamo ai membri del Consiglio Superiore della Magistratura, al Ministro della Giustizia e al Ministro dell’Interno è di interessarsi al caso specifico, nonché ad altri casi analoghi nei quali i diritti dei minori vengono messi in pericolo da dinamiche criminali ed estranee al contesto legale.

Francesca Munno e Serena Verrecchia (Movimento delle Agende Rosse)

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