Processo Alluvione a Vibo: la deposizione del professore Versace

Il docente dell’Università della Calabria, delegato dal commissario delegato dal Governo dopo il disastro, ha redatto un Piano per la messa in sicurezza del territorio rimasto in parte inattuato. Gli imputati sono 14

Il docente dell’Università della Calabria, delegato dal commissario delegato dal Governo dopo il disastro, ha redatto un Piano per la messa in sicurezza del territorio rimasto in parte inattuato. Gli imputati sono 14

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E’ stata oggi al volta del professore Pasquale Versace, dell’Università della Calabria, nel processo sull’alluvione che il 3 luglio 2006 ha sconvolto Vibo e le Marinate provocando tre morti e danni per milioni di euro. Una testimonianza importante per un processo che, dopo una serie rinvii per il continuo cambio del Collegio giudicante e la dichiarazione di prescrizione dei reati di omicidio colposo e omissione di atti d’ufficio (prescrizione alla quale nessun imputato ha inteso rinunciare), è ripreso stamane dinanzi al Tribunale di Vibo Valentia presieduto da Giulio De Gregorio, con giudici a latere Marina Russo ed Adriano Cantilena. Rispondendo alle domande del pm Benedetta Callea, il teste (in foto nel riquadro) ha spiegato di aver redatto un Piano per la sistemazione dei valloni che scendono a mare e, più in generale, di messa in sicurezza del territorio devastato dall’alluvione. Un Piano redatto dopo una serie di sopralluoghi sui posti interessati dal disastro e che prevedeva la regimazione delle acque da Trainiti a Vibo Marina passando per Bivona. “Il problema principale – ha spiegato in aula Versace – era dato da una serie di strettoie realizzate negli anni che hanno ostruito il regolare flusso dell’acqua dalla parte alta di Vibo verso il mare. Il mio Piano prevedeva l’allargamento di tali strettoie, anche a ridosso della linea ferroviaria. Il Piano è stato redatto per conto del commissario delegato dal Governo a gestire il post alluvione, individuato nell’allora presidente della giunta regionale. Ci siamo trovati con numerosi attraversamenti di acqua ostruiti da alcuni tubi. L’evento alluvionale che si è abbattuto su Vibo Valentia il 3 luglio del 2006 è stato sicuramente di portata eccezionale, una vera bomba d’acqua che non è riuscita a defluire correttamente dai fossi in un territorio molto vulnerabile dal punto di vista idrogeologico e sul quale, specie nella parte alta di Vibo, negli anni si è edificato in maniera massiccia”. Il professore, nel corso della sua deposizione, ha quindi parlato di una città edificata “in maniera sbagliata, con diverse storture anche nell’area industriale mdi Portosalvo”. Una città che, dal punto di vista della vulnerabilità idrogeologica, è sicuramente fra quelle più a rischio in Calabria, con lo stesso Piano Versace in molti casi non rispettato neanche dopo l’alluvione del 2006 poiché le strettoie per il deflusso delle acque in alcuni punti sono rimaste invariate. Rispondendo alle domande del legale di parte civile, Giuseppe Pasquino, il teste ha inoltre ricordato che “la rete delle acque bianche presentava delle fuoriuscite molto disordinate, con quasi l’intera area della città di Vibo che scaricava l’acqua a valle”. Sono state quindi le domande degli avvocati Antonio Crudo, Antonello Fuscà, Bruno Vallelonga e Giuseppe Di Renzo, a far sottolineare al professore il fatto che, al di là delle strettoie che hanno impedito il regolare deflusso delle acque, ci si è trovati il 3 luglio del 2006 dinanzi ad un evento di portata eccezionale che, probabilmente, non avrebbe impedito il disastro. Quanto le opere di deflusso delle acque e pulizia dei fossi e dei torrenti – se eseguite correttamente – avrebbero impedito il disastro ed i morti è il tema centrale del processo ed il “nodo” che dovrà sciogliere il Tribunale per arrivare o meno all’affermazione delle singole responsabilità penali degli imputati. 

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Sotto processo per il reato di di disastro colposo ci sono: Ugo Bellantoni  (in foto), ex dirigente dell’Ufficio tecnico del Comune di Vibo, difeso dall’avvocato Giovanni Marafioti; Domenico Corigliano, ex comandante della Polizia Municipale di Vibo (avvocato Monaco); Silvana De Carolis, ex dirigente del settore Lavori pubblici e Urbanistica del Comune di Vibo (avvocato Giuseppe Di Renzo); Giacomo Consoli, ex dirigente del settore Lavori pubblici del Comune di Vibo (avvocato Antonello Fuscà); Raffaella, Alessandra, Maria Antonietta e Fabrizio Marzano, proprietari di una strada privata in località “Sughero” (avvocato Antonio Crudo); Pietro La Rosa, responsabile della sorveglianza idraulica dei bacini idrografici nella provincia di Vibo (avvocato Giosuè Megna); Gaetano Ottavio Bruni (in foto in basso) ex presidente della Provincia di Vibo (avvocati Giovanni Vecchio e Sandro D’Agostino); Paolo Barbieri, ex assessore provinciale ai Lavori pubblici (avvocato Giuseppe Altieri); Giovanni Ricca, responsabile pro tempore dell’Abr (avvocato Vincenzo Adamo); Ottavio Amaro, responsabile pro tempore dell’Abr (avvocato Guido Contestabile); Filippo Valotta (Consorzio industriale), assistito dagli avvocati Vecchio e D’Agostino. Ben 19, invece, le parti civili, mentre tre sono gli enti chiamati a rispondere quali responsabili civili: il Comune di Vibo, difeso dall’avvocato Nicola Lo Torto, la Provincia di Vibo, assistita dagli avvocati Emilio Stagliano e Francesco Maione, la Regione Calabria, difesa dagli avvocati Michele Rausei e Antonio Montagnese. Fra le parti civili, oltre ai familiari delle vittime e 17 privati cittadini, ci sono anche il Wwf con l’avvocato Angelo Calzone e Legambiente con l’avvocato Rodolfo Ambrosio. Altre sei parti civili sono invece assistite dall’avvocato Antonio Porcelli, una a testa dagli avvocati Maria Repice e Antonio Ludovico e due dall’avvocato Giuseppe Costabile. Parte civile anche Bruno Virdò, l’uomo che riportò gravi ferite tentando di salvare il piccolo Salvatore Gaglioti. Il 25 ottobre 2016 il Tribunale ha dichiarato la prescrizione (atteso che nessuno degli imputati aveva inteso rinunciarvi per avere un’eventuale assoluzione nel merito) per i reati di omicidio colposo ed omissione d’atti d’ufficio. Gli imputati dovevano tutti rispondere di aver cagionato con condotte colpose, ognuno per i rispettivi ruoli, la morte del piccolo Salvatore Gaglioti (di soli 16 mesi) e dello zio Ulisse Gaglioti sommersi, unitamente a Nicola De Pascale (altra vittima dell’alluvione), da una colata di fango e detriti sulla Statale 18 nei pressi della non lontana contrada “Sughero”. La famiglia Gaglioti è costituita parte civile nel processo con l’avvocato Giuseppe Pasquino. Prossima udienza il 21 settembre.

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