martedì,Dicembre 7 2021

Autobomba di Limbadi, Emanuele Mancuso: «Matteo Vinci morto perché i genitori non si piegavano»

Il collaboratore di giustizia ascoltato in Corte d’Assise a Catanzaro dove è in corso il processo per l’omicidio del biologo ed il grave ferimento del padre. I contrasti per i terreni e le imposizioni del clan

Autobomba di Limbadi, Emanuele Mancuso: «Matteo Vinci morto perché i genitori non si piegavano»
Rosaria Mancuso

di Luana Costa

«I Vinci erano destinati a morire perché non abbassavano la testa». E’ stata la volta del collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso nel processo in Corte d’Assise a Catanzaro, presieduta dal giudice Alessandro Bravin, per l’omicidio del biologo Matteo Vinci, saltato in aria a Limbadi con un’autobomba il 9 aprile del 2018. Sul banco degli imputati ci sono: Rosaria Mancuso, 64 anni, il marito Domenico Di Grillo, 72 anni, Lucia Di Grillo, 30 anni (figlia dei primi due) ed il marito Vito Barbara, 28 anni, Rosina Di Grillo, 38 anni (sorella di Lucia), tutti di Limbadi. Contestato l’omicidio aggravato dalle modalità mafiose di Matteo Vinci ed il tentato omicidio del padre Francesco Vinci, nell’occasione rimasto gravemente ferito a seguito dello scoppio di un’autobomba. Contestazioni anche per il tentato omicidio del solo Francesco Vinci (pestato brutalmente nell’ottobre 2017) e la detenzione di diverse armi da fuoco. In particolare, Vito Barbara, la moglie Lucia Di Grillo e Rosaria Mancuso sono accusati di omicidio aggravato dai motivi abietti e futili, oltre che dalle modalità mafiose. Sarebbero stati loro gli ideatori ed i promotori del delitto al fine di costringere Francesco Vinci e la moglie Rosaria Scarpulla a cedere alle loro pretese estorsive. [Continua in basso]

Deponendo in video-conferenza da una località protetta, Emanuele Mancuso ha spiegato di aver saputo che vi erano contrasti riguardanti alcuni terreni nella disponibilità dei suoi familiari, precisando che all’epoca si trovava in carcere e di aver appreso le informazioni sul punto da Mirco Furchì che nel 2012 aveva una relazione con Rosina Di Grillo, sorella di Lucia, figlia di Rosaria Mancuso e, quindi, cugina dello stesso Emanuele.

Rosina Di Grillo

«Rosina Di Grillo era solita fare attentati ma in qualità di mandante non materialmente. Era un soggetto propenso a fare attentati a soggetti di peso – ha dichiarato Emanuele Mancuso – figuriamoci a questi due poveri vecchietti», cioè i coniugi Rosaria Scarpulla e Francesco Vinci, genitori di Matteo Vinci, entrambi in aula insieme al loro avvocato (parti civili) Giuseppe De Pace. Contraddizioni da parte di Emanuele Mancuso nel corso poi di alcune domande fatte dall’avvocato di Vito Barbara, Fabrizio Costarella. Il collaboratore ha infatti ammesso l’incongruenza con precedenti dichiarazioni rese a verbale quando aveva riferito che vi era «una strategia familiare per far ricadere la colpa dell’attentato su uno dei sette fratelli di mio padre». Emanuele Mancuso ha poi spiegato che chi si oppone a richieste della famiglia Mancuso per la cessione dei terreni è poi costretto ad andare via. «Ero a conoscenza di forti attriti con la famiglia Vinci e mi era stato riferito che era stati commessi attentati ma che non abbassavano la testa e che prima o poi sarebbe scappato il morto. Noi come famiglia controllavamo i terreni in maniera tradizionale e se qualcuno non si piegava era destinato a morire».

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