Operazione “Perseo”, respinta l’applicazione della sorveglianza speciale a 53enne di Limbadi

Il Tribunale di Vibo ha escluso un quadro di pericolosità tale da giustificare l'accoglimento della richiesta formulata dalla Procura distrettuale antimafia di Catanzaro

Il Tribunale di Vibo ha escluso un quadro di pericolosità tale da giustificare l'accoglimento della richiesta formulata dalla Procura distrettuale antimafia di Catanzaro

Informazione pubblicitaria
Informazione pubblicitaria

Il Tribunale di Vibo Valentia ha respinto la proposta di applicazione della misura di prevenzione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza formulata dalla Procura distrettuale antimafia di Catanzaro nei confronti di Salvatore Ascone, 53 anni, alias “U Pinnularu”, di Limbadi, ritenuto vicino al clan Mancuso di Limbadi. Il Tribunale, accogliendo i rilievi dell’avvocato Francesco Sabatino, ha evidenziato sul conto di Ascone l’assenza di precedenti penali recenti, avendo in particolare la difesa documentato un’attività lavorativa. Ascone (soggetto menzionato anche dal neo-collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso) era stato tratto in arresto nell’operazione “Perseo” venendo indicato come un grosso fornitore di sostanze stupefacenti. Dopo l’assoluzione incassata in primo grado, la Corte d’Appello di Catanzaro aveva condannato Ascone alla pena di 5 anni e 4 mesi di reclusione per reati in materia di armi e droga, ma la Cassazione ha annullato con rinvio la predetta condanna. Pertanto il Tribunale, in assenza di elementi significativi recenti, ha escluso la sussistenza di un quadro di pericolosità qualificato disattendendo la richiesta del pubblico ministero. Salvatore Ascone nel processo “Perseo” è accusato di aver rifornito per anni chili di stupefacenti alle cosche Giampà e Cappello di Lamezia Terme, vendendo dall’estate del 2005 a tutto il 2010, ben 25 chili di cocaina a Giuseppe Giampà di Lamezia Terme, dal 2012 collaboratore di giustizia ed all’epoca dei fatti ritenuto al vertice del “gruppo armato” dell’omonimo clan lametino guidato dal padre Francesco, detto “Il Professore”, detenuto da anni. Nel periodo di detenzione a Bologna di Giuseppe Giampà, un altro chilo di cocaina sarebbe stato ceduto, fra il febbraio del 2007 ed il marzo del 2008, da Salvatore Ascone a Saverio Cappello, attuale collaboratore di giustizia insieme al padre Rosario. I Cappello, detti “I Montagnari”, all’epoca erano ritenuti i boss della frazione Bella di Lamezia Terme, zona collinare a Nord della città, divenuti in seguito alleati del clan Giampà che “controllava” invece la zona di Nicastro. Lo stupefacente sarebbe stato poi ceduto dai Giampà e dai Cappello a singoli spacciatori alle loro dipendenze che l’avrebbero venduto sulla “piazza” lametina. Salvatore Ascone, sfuggito all’ordinanza di custodia cautelare all’atto del blitz relativo all’operazione “Perseo”, era stato poi catturato a Limbadi, in casa del fratello defunto, il 4 febbraio 2014 dopo oltre 6 mesi di latitanza dalla Squadra Mobile di Vibo Valentia.                     LEGGI ANCHE: ‘Ndrangheta: Emanuele Mancuso e le accuse nei confronti dei familiari e di Agostino Papaianni

Informazione pubblicitaria

‘Ndrangheta: Emanuele Mancuso ed i rapporti con Castagna e lo zio Antonio

‘Ndrangheta: Emanuele Mancuso ed i tradimenti in famiglia per uccidere Scarpuni

‘Ndrangheta, Emanuele Mancuso: «Roberto Soriano macinato col trattore da Giuseppe Accorinti»