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L’accordo fra zii e nipoti nella consorteria mafiosa di Limbadi e Nicotera all’indomani dell’agguato nei confronti del boss Ciccio Mancuso

Emanuele Mancuso e Giuseppe Accorinti
Cronaca

«Che a tentare di uccidere Mancuso Francesco fossero stati Mancuso Cosmo e Yo-Yò era un fatto noto a tutti». La dichiarazione di Emanuele Mancuso - tra i collaboratori più importanti dell’inchiesta “Errore fatale”, perché interno alla famiglia oltre che al clan di ‘ndrangheta di Limbadi - offrono uno spaccato, visto da dentro, delle dinamiche seguite all’indomani dell’agguato del 9 luglio 2003, quando a Spilinga rimase steso sull’asfalto Raffaele Fiamingo, detto “Il vichingo”, di Rombiolo, ritenuto il boss del Poro e, solo per poco, non fece la stessa fine Ciccio Mancuso detto “Tabacco”. L’inchiesta della Dda di Catanzaro ha permesso di fare luce su uno dei delitti eccellenti consumati nel Vibonese nell’ambito delle lotte intestine al casato di ‘ndrangheta dei Mancuso di Limbadi e Nicotera. In carcere sono finiti il presunto mandante, cioè Cosmo Michele Mancuso, ed i presunti esecutori materiali: Antonio Prenesti detto “Yo-Yò” di Nicotera, il presunto boss di Zungri Giuseppe Accorinti e Domenico Polito di Tropea.

Emanuele Mancuso - figlio del boss Pantaleone Mancuso, detto “l’Ingegnere” - dal 18 giugno scorso sta raccontando alla Dda di Catanzaro fatti e misfatti della sua famiglia, aggiungendo particolari importanti ed inediti anche sull’agguato di Spilinga. «Domenico Mancuso, alias “The red”, figlio di Mancuso Diego - afferma il pentito - mi diceva che il tentato omicidio era stato commesso da Michele Cosmo Mancuso insieme a Totò Yo-Yò, soggetto che, in seguito ad un’operazione di polizia, si era dato alla latitanza fino a quando non è stato fermato in Lombardia. La rivelazione di Domenico Mancuso avveniva nell’immediatezza dei fatti. Ricordo, inoltre, che il giorno del compleanno di un mio cugino, mio zio Francesco Mancuso “Tabacco” mi chiedeva se avessi delle armi a portata di mano e, alla mia domanda sul perché ne avesse bisogno, mi rispondeva: “Per quel grande cornuto di Totò Yo-Yò”. Da quelle parole - continua Emanuele Mancuso - ho capito che l’intenzione di Mancuso Francesco era quella di coinvolgermi in un agguato nei confronti del predetto Totò. Questa intenzione, peraltro, era dovuta al fatto che si sapeva che Totò aveva fatto rientro a Nicotera. Io, dal canto mio, rispondevo a mio zio che, se Totò aveva fatto ritorno era perché, evidentemente, aveva avuto l’autorizzazione dai parenti che, per la loro parte, avevano ritenuta chiusa la vicenda». [Continua dopo la pubblicità] 

Quanto alla figura di Francesco Mancuso, detto “Tabacco”, secondo Emanuele Mancuso non era ben visto dal resto della famiglia («si tratta dell’unico che non va d’accordo con il ceppo degli 11, ad eccezione della famiglia di Scarpuni con la quale ha buoni rapporti») per una serie di considerazioni: «Era solito commettere incendi e danneggiamenti nei confronti di sodali e soggetti vicini a Cosmo Mancuso (come, ad esempio di Papaianni) e Pantaleone Mancuso alias “Vetrinetta”. Credo che anche per questi motivi si prese la decisione di colpire il predetto Mancuso Francesco e il suo sodale». Ma qualcosa era cambiato, se il presunto killer aveva fatto rientro in Calabria e nel Vibonese. «Ad oggi - fa mettere a verbale ancora Mancuso - ritengo che la situazione sia stata ricomposta, anche perché, in caso contrario, Totò Yo-Yò non si permetterebbe mai di fare rientro nel Vibonese. Ciò in quanto, se così non fosse, chiunque del ceppo degli ‘Mbrogghia avrebbe già reagito nei confronti di quest’ultimo, attesa anche la forza criminale che contraddistingue il clan». Come detto, quindi, doveva esserci stato «per forza» un chiarimento tra i vertici del clan, tra «gli zii ed i nipoti», ossia tra il ceppo degli 11 e «Antonio e Domenico Mancuso, figli di Giuseppe mancuso detto ‘Mbrogghia, Mancuso Diego, mio padre, ovvero tutti i figli di Mancuso Domenico del ceppo degli 11. Non so se lo stesso abbia avuto luogo in carcere o fuori, con l’uscita di Cosmo Michele Mancuso. So, tuttavia, che Totò Prenesti, detto Yo-Yò, trascorreva la propria latitanza al nord - ricorda Emanuele Mancuso - scendendo di rado qui in Calabria e la garanzia assoluta della risoluzione della vicenda si ebbe dopo la scarcerazione di Luigi Mancuso, allorquando Totò si avvicinò a quest’ultimo ponendosi alle sue dipendenze e, quindi, fu chiaro a tutti che era rientrato nella famiglia».

Intanto, questa mattina dinanzi al gip del Tribunale di Vibo Valentia, Giulio De Gregorio, si sono tenuti nel carcere di Vibo gli interrogatori di garanzia (per rogatoria del gip distrettuale) degli arrestati Giuseppe Accorinti (difeso dagli avvocati Francesco Sabatino e Giuseppe Bagnato) e Domenico Polito (avvocati Francesco Sabatino e Domenico Soranna). Entrambi gli indagati hanno risposto alle domande del gip contestando le accuse formulate dalla Dda di Catanzaro.     In foto nel testo dall'alto in basso: Antonio Prenesti, Francesco Mancuso e Luigi Mancuso 

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